Editoriale

Rivista di Psicosintesi Terapeutica (nuova serie)

«La psicosintesi è completezza»
Roberto Assagioli

In questa fase di transizione tra il secondo e il terzo millennio riprende le sue pubblicazioni, in nuova veste e struttura interna, la Rivista di Psicosintesi Terapeutica.
La psicosintesi, non tanto semplice costruzione teorica e atteggiamento pragmatico, quanto più profondamente meta, tendenza e movimento verso la sintesi e l’integrazione in ogni campo delle attività umane, può essere intesa oggi come una visione positiva della vita e del procedere umano, una prospettiva evolutiva e sintropica, nel cui ambito possiamo individuare una nuova disposizione di significati e valori.

Prima di tutto il valore dell’identità: ciascun essere vivente, sano o malato che sia, è provvisto di un nucleo di soggettività, un centro energetico e di coscienza, che tende a dare sintesi e coesione all’intera personalità individuale. In campo terapeutico ciò implica il riconoscimento di un soggetto “uomo” al di là della malattia da cui può essere affetto, dotato di un certo grado di coscienza e di volontà, e quindi capace di partecipare attivamente al suo processo di guarigione.

In secondo luogo il valore della intersoggettività: ciascuno, che ne sia cosciente o meno e che lo voglia o no, è intessuto in una rete di relazioni, per cui tende naturalmente verso la sintesi e integrazione con ciò che è “altro” da lui.

Da qui la necessità di affrontare e risolvere i conflitti interpersonali, oltre quelli intrapsichici, e l’importanza della relazione terapeutica come tramite per il recupero di un dialogo, che non è solo comunicazione e scambio di contenuti di personalità, ma anche parola e ascolto dell’anima.

In terzo luogo il valore-bisogno di trascendenza, per cui l’uomo sente l’esigenza di andare al di là dei limiti della personalità ordinaria, per ricercare una dimensione più profonda e più elevata. In terapia occorre dunque riconoscere che l'”uomo paziente” non può essere identificato nei limiti di una patologia in quanto possiede anche aspetti sani e creativi, e che la sofferenza può derivare dalla rimozione di istanze superiori ed essere espressione di un conflitto evolutivo.

In quarto luogo il valore della totalità, che si fonda sul principio di interrelazione e interdipendenza di tutte le energie.

Ogni singola sofferenza o malattia può considerarsi come una piccola totalità, che comprende in sé aspetti sia biologici che psichici, sia fisici che spirituali, allo stesso tempo è particella della totalità umana di cui fa parte. Anche la terapia pertanto non può che configurarsi come un “insieme” sinergico di fattori curativi di diverso livello, e come continuo riferimento della ”parte” al ‘tutto”.

Infine il significato-valore della trasformazione: ciascun essere umano, ogni entità vivente e aspetto della vita è immerso in un perenne divenire. Niente è statico, tutto scorre e tutto è “transizione” da una condizione all’altra. Nascere e morire costituiscono aspetti complementari di una polarità, che trova la stia sintesi nel fluire trasformativo della vita.

La patologia appare come una situazione di “stallo”, che ha il duplice significato di “resistenza” alla vita e di richiesta evolutiva, mentre la terapia assume, da questo punto di vista, le caratteristiche di restituzione di un “movimento vitale” e quindi di possibilità di “cambiamento”, che trova nella relazione terapeutica il suo luogo alchemico di trasmutazione.

Tale impostazione costituisce oggi la fecondità del terreno psicosintetico. Non si tratta di un terreno riservato, ma di un potenziale ”giardino” che si offre non solo ai cultori della psicosintesi in senso stretto, nelle sue varie istituzioni diffuse ormai in tutto il mondo, ma anche a tutti gli studiosi e ricercatori appartenenti a qualsiasi scuola o indirizzo, che riconoscano nell’ottica assagioliana uno spazio aperto e vitale dove poter confrontare e far incontrare liberamente il proprio pensiero.

Alberto Alberti