La Psicoterapia Psicosintetica in oncologia

La Psicoterapia Psicosintetica in oncologia

 

La motivazione per cui ritengo la Psicosintesi particolarmente adatta in un contesto dove il corpo nasconde sofferenze, riguarda il suo carattere inclusivo.

“La Psicosintesi si propone come approccio olistico e integrato alla cura della persona nelle sue dimensioni corporea-emotiva-cognitivo-spirituale. Obiettivo della psicoterapia psicosintetica è la presa in carico della persona considerandone la complessità dell’esperienza soggettiva. Ogni essere umano è, infatti, portatore di vissuti e cognizioni unici e irripetibili”[1]

Credo che la completezza della Psicosintesi, oltre al fatto di integrare diversi metodi e tecniche che funzionano all’interno di un piano terapeutico, sia la visione globale che ci permette di sviluppare. Spesso i pazienti oncologici richiedono un supporto psicologico solo alla fine del percorso di cura, quando la malattia è in remissione e devono sottoporsi a esami specifici per controllare che non ci siano recidive. La cornice delle cure dà un senso di contenimento e la persona, avendolo perso, ha un senso di lutto e di perdita, ha paura di riammalarsi. È come un essere gettato di nuovo nel mondo, e la persona può provare il terrore della rinascita.

Come si lavora con i pazienti oncologici

Nella Psicosintesi va sempre tenuto presente il piano o programma generale della cura, al quale devono venir subordinati ogni metodo, esercizio o tecnica. Il primo passo della terapia, anche con pazienti oncologici, è la costruzione della relazione: l’incontro umano che crea un terzo, inteso come qualcosa che va oltre la somma di due singoli. Sentirsi ascoltati e compresi, è, infatti, un importante strumento terapeutico. In questo processo sono utili la biografia, il diario, l’analisi delle subpersonalità. La biografia e il diario sono degli strumenti di consapevolezza ed espressione. Assagioli dice che quando si scrive entrano in gioco sia fattori consci sia inconsci: spesso accade che mentre il soggetto comincia a scrivere quello di cui è cosciente, affiorano a mano a mano cose cui non aveva pensato e che, spesso, lo sorprendono[2]. Molto importante è l’esercizio di disidentificazione e auto identificazione, per evidenziare che il corpo, i sentimenti e la mente sono strumenti di esperienza, di percezione e di azione, strumenti mutevoli e impermalenti. L’io invece è semplice e immutabile, ed è cosciente di sé (Assagioli, 1975)[3]. La coscienza dell’io, l’auto-coscienza, è ciò che distingue l’uomo dall’animale. Spesso il malato s’identifica con la malattia, creando una subpersonalità di vittima che gli fa perdere di vista gli altri aspetti della sua vita. Ciò che ho utilizzato spesso trovando le persone favorevoli, è stato l’utilizzo del respiro come strumento di consapevolezza. Questo esercizio favorisce il rilassamento e l’ascolto delle varie parti del corpo, delle sensazioni e degli altri strumenti di percezione, e permette la focalizzazione sulle parti sane. Grazie all’ascolto del respiro, una paziente ormai alla fine del percorso di cura, si è accorta di avere un blocco all’altezza della gola: essendo una persona accondiscendente e poco attenta ai suoi reali bisogni, è stata un’occasione in più per esplorarne l’origine. Quando emerge un blocco occorre ricercare gli elementi che l’hanno causato. Da questo mi sento di rafforzare l’importanza dell’analisi frazionata di cui parla Assagioli: anche se siamo in una fase della terapia in cui l’obiettivo è di rafforzare la personalità cosciente, se emergono, come in questo caso, ostacoli prodotti da resistenze dell’inconscio, allora è opportuno riprendere l’analisi per andare a capire l’origine del blocco. Mi è capitato di farlo a più riprese nel corso della cura con i pazienti oncologici. Questo lavoro favorisce nella persona stessa la comprensione di cosa la limita nel presente, e favorisce una progressiva autonomia nel proseguire da sola nella vita.

Quando emergono blocchi espressivi, frequenti in questa tipologia di pazienti, ho sentito importante provocare quella che Assagioli chiama la catarsi: far rivivere l’avvenimento o la scena che ha prodotto quel blocco, lasciando che le emozioni abbiano libera espressione e scarica. Questo processo permette una diminuzione dell’intensità della carica emotiva, fino a farla cessare. La malattia può portare il paziente a svincolarsi da attaccamenti eccessivi, e a utilizzare il dolore e il confronto con la morte come strumento per ridefinire nuove priorità profonde.

Quando nelle sedute emergono simboli trasformativi importanti, cerco di utilizzarli facendo sì che il paziente si identifichi con questi e assorba tutte le qualità che vorrebbero trasferirgli.

Un particolare degno di nota nell’ambito oncologico è la scoperta della volontà. La persona, dopo aver terminato i protocolli di cura ed essere libera da malattia, si rende conto di avere una forza che non avrebbe mai creduto di possedere.  La persona che si ritrova la forza di “combattere” prende contatto con la parte della volontà che si può definire auto affermativa, aggressiva, e con funzioni di controllo. Il lavoro che cerco di impostare è quello di rendere questa funzione più amorevole e buona, saggia. Potrei dire, che dopo il “combattimento” queste persone hanno bisogno di allenare la parte femminile della volontà, e cioè l’abbandono spontaneo, la gioiosa accettazione di ciò che è successo dentro e fuori di loro. Questo spesso richiede diverse sedute, non è mai così immediato dopo una malattia così “aggressiva” come il cancro. Quando succede, noto le persone calmarsi, avere lineamenti del volto più morbidi, il tono della voce diventare meno concitato e il timbro più scandito, il flusso dei pensieri diminuire. Mi è capitato spesso di vederle per un attimo pervasi da un grande senso di pace. Può essere una comprensione di pochi istanti, ma sono sicura che il fatto di avere sperimentato in terapia l’esistenza di una volontà più morbida le predisponga a cambiamenti di atteggiamento anche nella vita quotidiana.

“La volontà è come il direttore d’orchestra.

Non si auto-afferma prepotentemente,

ma è invece l’umile servitore del compositore e dello spartito”

Assagioli, 1973

BIBLIOGRAFIA

Assagioli I., Dal dolore alla pace, Istituto Cintamani, Roma.

Assagioli R. (1973), L’atto di Volontà, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, 1977.

Assagioli R. (1965), Principi e Metodi della Psicosintesi Terapeutica, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, 1973.

Assagioli R., Psychology today – La proporzione aurea – Intervista di Sam  Keen – 1974.

Dattilo G., Psicologia dinamica e Psicosintesi, Seminario SIPT, Firenze, 10-11 gennaio 2015.

Grassi L., Biondi M., Costantini A., Manuale pratico di Psiconcologia, Il pensiero Scientifico Editore, Roma, 2003.

 

 

[1] Dattilo G., Psicologia dinamica e Psicosintesi, Seminario SIPT, Firenze, 10-11 gennaio 2015.

[2] Assagioli R. (1965) Principi e Metodi della Psicosintesi Terapeutica, Ed. Astrolabio, 1973, pp. 67-68.

[3] Ibidem, p. 109.

2019-05-20T12:19:51+02:00 20 Maggio 2019|