La bellezza in psico-oncologia

Come può sposarsi il concetto di bellezza in un contesto dove la malattia irrompe e crea uno squilibrio a livello fisico/corporeo, emotivo, spirituale provocando ripercussioni anche sul contesto di riferimento del paziente e di conseguenza sui care-giver? Questa dicotomia mi ha portata ad esplorare più da vicino emozioni così contrastanti ed angoscianti che ogni volta cambiano forma ed assumono sfumature diverse a seconda di chi le percepisce. Quale denominatore comune? Non ci sono scorciatoie: la presenza e la centratura del terapeuta in questo contesto può fare la differenza.

La Bellezza come via di realizzazione spirituale

Assagioli indica 7 vie al Sé, come diverse strade che permettano la realizzazione spirituale dell’individuo: la 4° è rappresentata dalla Via estetica. Assagioli parla del senso del bello come di un elemento superiore che scende dall’alto a illuminare, fecondare, vivificare la vita umana.

Ho notato come una meditazione prima di incontrare un familiare di un paziente oncologico, focalizzandomi sugli aspetti di luce che la persona porta con sé, abbia cambiato il corso della relazione: mi è apparsa un’immagine di un’amazzone a cavallo, bella, forte, in grado di tenere le redini della sua vita invece di farsi travolgere dal fluire degli eventi. Mi sono tenuta nella mente questa immagine che ha prodotto effetti: la paziente si è “centrata”, ha divagato meno dai suoi stati interni, ha consapevolizzato di essere una persona che deve coltivare l’indipendenza emotiva da una madre “fragile” che si appoggia a lei. Alla fine, le ho restituito quest’immagine, ed in una situazione così delicata dove imparare a sentirsi figlia e prendere, ne è uscita nutrita ed energizzata. Questo significa “prendersi cura” non solo della malattia, ma soprattutto della salute del paziente: abituarsi a vedere gli aspetti di luce produce cambiamenti reali e concreti all’interno della relazione.

Psicopatologia della bellezza

Quali ostacoli alla bellezza? In questo stesso caso, davanti alle numerose critiche del fratello alle sue opere d’arte, la paziente che è dotata di capacità di disegno notevoli, si è disconnessa dal senso di bellezza artistico relegandolo come un qualcosa in più che c’è, ma che non le restituisce completezza, sente che le manca qualcosa. Come mai succede questo?

I pazienti che negano i loro bisogni espressivi, incorrono più facilmente in problematiche da gestire: spesso nelle fantasie guidate incontrano personaggi che sono stati rigidi o restrittivi ostacolando la loro libertà di agire. Ciò provoca una chiusura al bello, che spesso non è affatto consapevolizzata, producendo irretimenti della personalità che finisce per “abituarsi alla mediocrità”. Ecco che la persona ha fatto prendere il sopravvento alla “bruttura emotiva”, come se lei stessa fosse un recipiente troppo piccolo per contenere qualcosa di immenso. Infatti il disagio umano, prima ancora di essere fisico, è spesso emotivo: angoscia, solitudine, ansia, tristezza, disperazione hanno preso il sopravvento e la persona ci si è identificata. Di conseguenza parla di paura “di lasciarsi andare”, e “morire”: ma la bellezza è una forma di morte.

Gli strumenti che offre la Psicosintesi

Quanto la bellezza può essere un elemento acceleratore di per sé per riconnettersi ad uno stato animico che si è andato a perdere con i vari condizionamenti, e quanto arriva per proprio conto nel corso della terapia? Senz’altro entrambe le risposte sono possibili.

La bellezza, intesa come qualità dell’anima transpersonale, è un mezzo per arrivare anche ai piani alti: ciò significa che la terapia può essere sia strumento che territorio di bellezza. Strumento nel senso che può essere utilizzata per andare a visitare anche le parti meno belle di noi, quelle piccole e mortifere; come una mia paziente che, guardandosi in una foto che ritraeva il suo sorriso di adolescente in un luogo verde naturale, si è ricordata che quel contatto con la natura andato perso la stava privando di molte cose. In altri casi la bellezza arriva alla fine di una seduta con immagini fortemente simboliche: è in questo senso che parlo di terapia come “territorio” di bellezza. Mi colpisce molto come in alcuni tale canale possa diventare quello privilegiato di conoscenza di sé, scoprendo che la bellezza serve per andare a visitare parti in cui non ci si sarebbe mai addentrati, potendo parlare così di trasformazione piuttosto che di fissazione nei già conosciuti nuclei problematici.

Anche la sintesi è una qualità transpersonale, ed il primo a parlarne fu Jung: dal momento che già esisteva la psicoanalisi, chiese a Freud perché non si potesse parlare di psicosintesi. Per Freud la sintesi era già connessa alla psicoanalisi, ritenendola una qualità che arriva come meta nel processo di trasformazione. Ma dato che non è detto che arrivi sempre, ecco che la sintesi può essere usata come elemento attivo: da qui l’uso attivo dei simboli, e quindi della bellezza.

Avvicinare le persone al contatto con il proprio sentire è un privilegio a cui ho la fortuna di assistere perché come dice Hetty Hillesum:

quando accettate
le difficoltà mutano in bellezza

Etty Hillesum

 

Dott. Valentina Benvenuti

Psicologa

 

2018-06-28T17:20:06+02:00 28 Giugno 2018|