Fotografia in psicoterapia psicosintetica

Le artiterapie, pur essendo strumenti metodologicamente e tecnicamente autonomi di terapia, riabilitazione, cura, conoscenza di sé, possono essere ben utilizzate in integrazione con la psicoterapia. Come sappiamo la Psicosintesi in tal senso offre particolari spazi e opportunità proprio per l’importanza che viene data alle immagini e alla creatività. Uno strumento che ho già presentato, cui faccio spesso riferimento, è la fotografia, declinata in vari aspetti e modalità. Nel processo che seguo da diversi anni, con l’arteterapia in Psicosintesi utilizzo l’una o l’altra in fasi diverse di un percorso terapeutico o anche in una stessa seduta, e in incontri di gruppo, ma quando parlo di “sguardo arteterapeutico”, immagino la possibilità di un’arteterapia sempre più psicosintetica: intesa quindi come integrata (in effetti nel modello psicosintetico già lo è, infatti Assagioli non tralascia di accennare alle artiterapie come fattori terapeutici); ma anche come risultato di una maggiore sintesi che non può essere, almeno per adesso, se non in divenire. Accenno in questo breve scritto un esempio di un percorso nel gruppo, di 6 o 7 anni fa, che trovai per me significativo riguardo a questo dialogo. Fu un percorso basato sul ritratto fotografico e pensato su una base psicosintetica. Percorsi del genere possono avere l’impronta del gruppo esperienziale per una maggiore conoscenza di sé, ma anche prestarsi con l’adeguata struttura e le dovute variazioni del caso a un approccio psicoterapeutico.

Una traccia del percorso

Questa è ovviamente solo una traccia non esaustiva e suscettibile di variazioni tecniche, relazionali e strutturali. Il percorso è pensato in coppie, per almeno 4 incontri di 2/3 ore l’uno. Il numero di incontri può variare secondo i casi. Si può applicare anche una forma seminariale con le dovute differenze da un punto di vista organizzativo e strutturale. Ogni partecipante deve avere sempre con sé una macchina fotografica per l’inquadratura e la giusta distanza dal soggetto che vanno curate secondo le consegne del caso, e non un cellulare che può andare bene invece in altre situazioni con caratteristiche diverse. Le coppie restano le stesse per tutto il percorso, dove in una prima fase si dà spazio alle consuete tecniche di rilassamento e centratura della psicosintesi; alla riflessione individuale; alla conoscenza reciproca per il formarsi di una sufficiente “relazione”, che permetta di proseguire il più possibile con fiducia con la parte che prevede i “momenti fotografici”. La fase di conoscenza reciproca è importante, perché, come detto si utilizza il ritratto, che comunemente non comporta particolari connotazioni, mentre in un “setting terapeutico” gli elementi in gioco sono molto differenti. Si incontrano bisogni dimenticati; parti di sé che chiedono di esprimersi; emozioni diverse e sensazioni corporee, ma anche le proprie difese; scetticismi; talvolta un po’ di imbarazzo. Mettersi in gioco con se stessi; con l’altro durante gli scatti; con il gruppo nella condivisione, è reso vivo anche dall’emozione di essere ritratti mentre siamo immersi nella nostra ricerca di consapevolezza, e nella scoperta del contatto con alcune parti di sé a volte anche intime e sorprendenti. Da una parte, e a turno, si fa l’esperienza dell’essere guardati e nei limiti del possibile, anche “visti”; dall’altra si fa quella di guardare la persona cercando di mantenere empatia e giusta distanza per scattare le foto con l’attenzione all’inquadratura e alla relazione che passa attraverso quest’ultima. Si intuisce come l’impronta possa essere più o meno profondamente psicoterapeutica per quantità e qualità di emozioni che possono emergere; per la importante partecipazione del corpo che “interpreta, diventa, mostra”.  Chi scatta le foto guarda o meglio “ascolta”, l’altro e se stesso, e capita che insieme alle emozioni personali si sentano particolarmente quelle che arrivano dal compagno fotografato. A tratti c’è bisogno di contenimento e elaborazione. Per questo vengono alternate condivisioni e momenti di lavoro con differenti tecniche di Psicosintesi. Nella condivisione in coppia passa uno scambio sulle impressioni dell’esperienza da entrambe le prospettive. In un certo senso l’essenza del lavoro è questa. Poi, per ogni incontro successivo agli scatti, ognuno prende l’impegno di portare le stampe delle foto scattate al compagno. Questo è un altro importante motivo per la costruzione iniziale di una relazione di reciprocità, che permetta, nei limiti del possibile, di fidarsi da una parte, di responsabilizzarsi per l’impegno dall’altra. Chi scatta la foto “ascolta” in silenzio in accettazione totale delle “pose cercate” e di quelle più “spontanee”, che la persona fotografata trova o sperimenta, in assenza assoluta di suggerimenti o interpretazioni. La persona ritratta si mette in gioco, e lavora sui propri conflitti; ostacoli; esperienze anche piacevoli; ecc., con l’obbiettivo di trovare un’intuizione per la via della sintesi, o comunque per gestire un dialogo interno costruttivo. Le condivisioni delle coppie e le foto, vengono portate nel gruppo generale per mantenere la coesione e l’adeguato livello di profondità dell’esperienza, e per tenere il filo dello scopo del lavoro. Il terapeuta incoraggia a “sentire” e “mostrare” e a mantenere la direzione verso gli obiettivi stabiliti, dando contenimento quando necessario. Durante le condivisioni in gruppo la conduzione è più caratterizzata dall’aspetto psicoterapeutico. Allo stesso tempo si occupa di sostenere, chi possa averne bisogno, sulla parte tecnica fotografica. Non sono infatti richieste particolari competenze di fotografia e non interessa la parte estetica, ma può essere necessario qualche intervento sul campo. Restano poi: un’esperienza di scambio, di approfondimento interiore e corporeo del tema portato e un piccolo diario di “immagini” di sé prese in tempo reale, come piccoli specchi dell’anima.

 

Dott. Lapo Felicioni

psicologo – psicoterapeuta e arteterapeuta

lapofeli@gmail.com

2018-10-29T18:50:35+02:00 29 Ottobre 2018|