Basta buoni e bravi, voglio essere felice!

Secondo Aristotele la felicità è il significato e il proposito della vita, il fine dell’esistenza umana, lo scopo di tutti gli scopi. Secondo il Vocabolario della Lingua Italiana Zingarelli è la condizione, lo stato di chi è
felicemente appagato nei suoi desideri. Roberto Assagioli sostiene: «poiché il risultato di un atto di
volontà riuscito è la soddisfazione delle nostre esigenze, possiamo vedere che l’atto di volontà è
essenzialmente gioioso.» La realizzazione del proprio Sé ci riconduce sempre ad una sensazione di gioia
e benessere. Tuttavia le difficoltà si incontrano nell’essere consapevoli della natura del Sé, nel sapere chi
siamo e che cosa vogliamo. Dovremmo perseguire un proposito che possieda un significato personale di
autorealizzazione, verso l’espressione del nostro vero Io, ma spesso si incontrano degli ostacoli dati
dalle norme e dalle aspettative sociali e familiari imposte e apprese.
La subpersonalità “buoni e bravi” deriva da norme familiari, sociali, professionali, ecc. E ci porta a
soffrire quando non viene riconosciuta, quando manca di consapevolezza, quando ci domina
completamente.
Come impariamo ad allontanarci dal nostro Io? L’autore del «Il bambino è competente» sostiene che
«Quello che abbiamo veramente insegnato ai figli per anni è il rispetto del potere, dell’autorità e della
violenza, non il rispetto per gli altri esseri umani» (compreso se stessi). Ritiene che la nostra educazione
si basa su criticare e correggere i figli rifacendosi a valori esterni: rigare dritto, comportarsi bene,
andare d’accordo, parlare educatamente, «Ci si aspettava che imparassero la loro parte come dei veri e
propri attori». I bambini si trovano difronte a una scelta molto importante: mantenere la propria
Integrità e quindi seguire se stesso, la propria identità, il Sé ; oppure collaborare e quindi copiare ed
imitare l’adulto rinunciando a sé per seguire le regole imposte.
Sempre Jesper Juul definisce il concetto di Integrità: «pienezza e inviolabilità della nostra esistenza
fisica e psicologica…l’identità, i limiti e i bisogni personali» e sostiene che «Quanto più sacrifichiamo la
nostra integrità in favore della collaborazione, tanto più andremo incontro alla sofferenza. Come pure
per Assagioli l’importante è che ognuno scelga il proprio scopo di vita in armonia con i propri valori e
passioni e discernere tra il Sé e le subpersonalità, condizione necessaria per raggiungere la vera felicità.
Le subpersonalità “buoni e bravi” non possiedono una grande autostima anche se sono molto
competenti nella vita. Ancora Jesper Juul fa un’interessante distinzione tra autostima e fiducia in sé,
che inquadra in modo lucido e preciso la realtà dei nostri tempi.
Autostima:
«conoscenza ed esperienza di quello che siamo…quanto conosciamo noi stessi e come consideriamo ciò
che sappiamo”.
Di solito chi ha un sano senso di autostima ha anche un senso di completezza ed è in generale
soddisfatto di sé: «Mi sento bene, ho un valore perché esisto!»
Fiducia in sé:
«è la misura di ciò che riteniamo di essere in grado di fare, di quanto pensiamo di essere validi e capaci
o maldestri e inefficienti. Se riusciamo o non riusciamo a realizzare… è piuttosto una qualità esterna,
acquisita.»
Può dar origine ad Ego gonfiati. Non dobbiamo confondere: l’essere con il risultato, essere con essere
capace di, essere e il fare, dall’esistere al raggiungere.
I genitori concentrandosi sulla lode o la critica producono personalità dipendenti e controllate
dall’esterno. I bambini educati con questo metodo hanno poca autostima e mancano di capacità di
valutare se stessi. Sprecano le loro energie nel tentativo – che talvolta dura tutta la vita di – di essere
benvoluti, comportarsi come percepiscono che gli altri si aspettino. Inoltre tendono ad essere troppo
concentrati su se stessi nella loro ricerca costante di riconoscimento. Quando cercare di essere se stessi
diventa un fastidio per un genitore, il figlio/a impara il principio che sarà distruttivo in tutte le future
relazioni d’amore: «Per essere amato devi tradire te stesso».

La ferita primaria del bambino attraverso esperienze negative nell’infanzia porta al «non essere»
(Firman e Gila) e influiscono sulla «continuità dell’essere e sulla coesione del sé nel tempo e nello
spazio, influisce sul processo di individuazione, sul senso di continuità dell’Io, significato e direzionalità
della vita e auto-realizzazione.
Imparando a ignorare noi stessi, i nostri bisogni, il nostro vero Sé costruiamo delle sub-personalità
patologiche “buoni e bravi” ed entriamo in relazione c on il mondo attraverso questa maschera, che ci
farà sempre sentire non amati, perché non mostrandoci mai autenticamente, non potremmo mai essere
amati per quello che siamo e otterremmo attenzione e affetto solo mettendo al primo posto l’altro/a e
negando noi stessi nella nostra autenticità.
Molto spesso le persone buone e brave scelgono di essere infelici per essere buone e brave per chi
amano (cosa impossibile ognuno vuole qualcosa di diverso da noi), in nome del sacrificio, di valori di
generosità e dedizione all’altro/a, perché si sentono le uniche responsabili, ma queste maschere possono
nascondere il timore di assumersi la responsabilità della propria vita e della propria felicità
Alcune persone hanno bisogno di essere buone e brave per trovare all’esterno un «cattivo altro» verso
cui riversare la loro rabbia e rancore per dolori o ferite della vita. E comunque nutrendo questi forti
sentimenti anche di odio trovano così il modo di stare in relazione con il «cattivo altro» e non riescono a
lasciar andare, cristallizzando la loro vita in una eterna infelicità data dal rimuginare e non riuscire ad
andare avanti liberandosi del passato.
Essere infelici o non realizzati per queste persone è anche un modo di punire e colpevolizzare chi le ha
ferite.
Come possiamo raggiungere la Felicità:
“La felicità è lo stato radioso di chi riesce a esprimere il proprio essere profondo, a vivere il proprio
destino personale, a dare un senso alla propria vita, a divenire l’eroe di se stesso, a ‘volare ogni giorno
più in alto’, a sentirsi ogni giorno più libero.” (Christian Boiron)
Deriva maggiormente dal nostro stato mentale, indipendentemente dai fattori esterni, può essere
disciplinato attraverso tutte le funzioni del nostro Io: la mente, il cuore, l’anima, le emozioni, la volontà,
una “felicità senza causa”. E’ possibile Lasciando emergere ciò che ci fa star bene.
Possiamo pensare alla felicità come un processo infinito, come una conquista progressiva e non come
un punto di arrivo. Si può vedere la felicità come una ricerca che dura tutta una vita e cercare di sentire
che siamo più felici nel presente che nel passato, ci aiuta ad essere sempre più felici.
Partendo da un’uguale dignità tra figli e genitori è nel rispetto dell’integrità di ciascuno si può facilitare
il raggiungimento della propria felicità ed autorealizzazione nella vita.
Dobbiamo essere anche oggettivi e considerare quali sono le nostre capacità e le nostre potenzialità. La
Psicosintesi parla della tecnica del Modello Ideale come di qualcosa di molto pratico e funzionale: «si
tratta del compimento delle nostre tendenze più profonde (…) nella maniera più efficace e
desiderabile.»
“Per trovare e consolidare la felicità, come per ogni altra disciplina, l’allenamento è indispensabile e
serve in particolare a: liberarsi di buona parte dei condizionamenti ‘patogeni’ dare spazio al proprio
essere profondo evitare il formarsi di nuovi blocchi” (Christian Boiron)
La ginnastica della felicità:
Definire la propria filosofia personale
Gestire le emozioni
Meditare
Masticare bene la vita
Attenzione al senso di colpa
Niente è grave, niente è importante
Essere artisti
Riscoprire l’istinto alimentare
Come si può, quindi, ricordare o riscoprire il nostro dovere, quello che siamo venuti a fare in questo
mondo, cioè la chiave fondamentale per la nostra felicità? Indiscutibilmente, il segreto principale
consiste nel ristabilire un contatto cosciente fra il nostro campo di coscienza e il Sé.
Questo processo è delicato e richiede un profondo percorso terapeutico attraverso i principi
fondamentali psicosintetici: “conosci, possiedi, trasforma”.

L’esperienza del gruppo che ha lavorato su queste tematiche specifiche ha delineato un percorso che è
passato attraverso la costituzione di un legame di fiducia e amorevolezza nel gruppo, il quale ha
permesso un processo di consapevolezza che è passato attraverso la presa di coscienza della propria
subpersonalità nel corpo, statico, in movimento, attraverso la voce, la danza e la drammatizzazione. Ci
siamo addentrati in un piano più cognitivo ricostruendo la storia della subpersonalità “buona e brava”,
la presa di coscienza dei bisogni sottostanti, passando poi per la liberazione dell’emozione bloccata in
questa storia; tutto rafforzando contemporaneamente il proprio Io e centro unificatore.
Il lavoro costante a casa e nel gruppo comprendeva anche delle meditazioni:
Rituale di centratura e riconnessione con il Sé e il gruppo
Diario della gratitudine (ogni giorno da 3 a 5 cose per cui siamo stati grati esistono anche delle app che
ci ricordano di fare questo esercizio a fine giornata)
Il barattolo della felicità (ogni giorno scrivere su un foglietto e mettere in un barattolo per poi poterlo in
futuro riprendere)
Meditazione sulla consapevolezza e compassione di Thich Nhat Hanh
In conclusione: «Realizzare il proprio Sé significa allora compiere un profondo atto di amore per la vita
(…) ovunque c’è vita, c’è sintesi armonica di energia e coscienza.(…) Dire di sì alla vita significa dire di sì
al Sé.»
R.Assagioli

Dott.ssa Elodie Migliorini
Psicologa Psicoterapeuta
Elodie.migliorini.77@gmail.com

Article written by Linda Cecconi