Attaccamento e relazioni

Da dove nasce la nostra capacità di essere in relazione con l’altro? Come abbiamo imparato ad amare e farci amare? In questo breve scritto risalirò alle origine dei legami, partendo dalla prima relazione, il nostro primo legame d’amore, quello con le nostre figure di attaccamento primarie.

Quando si parla di figure di attaccamento, ci si riferisce a chi per primo, nella nostra vita, si è preso cura di noi, così da permettere un legame di attaccamento. In assoluto, la prima persona con la quale si stabilisce un legame è la madre seguita dal padre; i genitori rappresentano le figure di attaccamento primarie. Ci sono poi i fratelli, i nonni, i familiari prossimi e tutte le figure che hanno un ruolo educativo nella vita del bambino. Queste possono essere definite figure di attaccamento secondarie: rappresentano punti di riferimento ed hanno funzioni educative.

L’autore che più di tutti ha sistematizzato gli studi e le osservazioni sul comportamento di attaccamento nella prima infanzia è sicuramente John Bowlby, che grazie alla sua Teoria dell’Attaccamanto, ha gettato le basi per la nascita di un filone di ricerca che oggi rappresenta una pietra miliare per chiunque si occupi di infanzia e di relazioni, l’Infant Research. Bowlby notò che il bambino, dalla madre, non ricerca solo cibo ma si nutre anche e soprattutto della relazione, all’interno della quale il suo mondo emotivo può organizzarsi e trovare contenimento. Ci insegna che una buona relazione di attaccamento è fondamentale per un sano sviluppo poiché questa diventerà parte fondante del bambino e dell’adulto che sarà. Lo sviluppo adeguato di un buon legame di attaccamento è necessario per la crescita psico-emotiva del bambino: stati depressivi o di angoscia profonda nei quali ci si potrebbe imbattere in età adulta, possono essere ricondotti a esperienze infantili in cui la persona si è sentita in quello stesso modo. Questo perché ogni esperienza provoca una traccia dentro di noi, come gli sci sulla neve fresca, e le situazioni di vita successive andranno a ripassare su quella stessa traccia. Sarà capitato a tutti noi di provare un dolore e ricordare “quella volta che….” ci è sentiti nello stesso modo. Ecco, la traccia è stata ricalcata.

Durante i primi tre anni di vita si stabilisce, tra la madre e il bambino, un legame di attaccamento, fatto di ricerca di protezione e sicurezza, soddisfacimento dei bisogni, contenimento delle emozioni, sensibilità e calore affettivo. Quanto più la madre sarà responsiva e sensibile ai bisogni del bambino, tanto maggiore sarà la sicurezza interna del bambino, di essere capace di comunicare e degno d’amore.

Il bambino imparerà in queste prime relazioni, il suo valore, la stima e l’amore per se stesso. Da grande, quel bambino saprà come si sta in una relazione d’amore, in un rapporto di amicizia, quali sono gli atteggiamenti e i comportamenti corretti da mettere in atto e da ricevere poiché ha avuto una “palestra” fondamentale nella quale sperimentare.

A seconda del tipo di relazione che la figura di attaccamento e il bambino hanno costruito, si avrà un determinato tipo di legame di attaccamento. Questi tipi di attaccamento vengono definiti stili . Bowlby, e successivamente Main e Solomon,  individuarono 4 diversi stili di attaccamento.

STILE SICURO : il bambino è consapevole di avere una figura di attaccamento dalla quale può allontanarsi, ma che sarà pronta ad accogliere le sue paure e a rassicurarlo. La figura di accudimento è sensibile ai segnali del bambino e cerca, al meglio, di soddisfare i suoi bisogni. I bambini con questo tipo di attaccamento mostrano sicurezza nell’esplorare il mondo, hanno fatto propria la convinzione di essere amabili, sono capaci di tollerare distacchi prolungati. L’emozione predominante è la gioia. Le persone tenderanno a costruire relazioni future basate sulla stima e il rispetto reciproco, facilmente si circonderanno di partners con lo stesso tipo di “sicurezza”.

STILE INSICURO/EVITANTE: il bambino tenderà a non chiedere aiuto alla figura di accadimento nel momento del bisogno, poiché l’ha sperimentata come inaffidabile, poco presente e spesso rifiutante.  Queste persone spesso tendono all’isolamento, ad una forzata autonomia e ad una apparente autosufficienza. La loro convinzione profonda è di non essere amabili. Spesso sperimentano tristezza e le loro relazioni sono caratterizzate da freddezza emotiva. Da adulti, i bambini che hanno sperimentato una madre “rifiutante”, cercheranno di mettersi al riparo da ulteriori rifiuti non vivendo mai appieno le relazioni, eviteranno un coinvolgimento profondo nella relazione.

STILE INSICURO/AMBIVALENTE: il bambino vive la mamma come discontinua, perché a volte è presente ma molto spesso è assente. Per questo motivo, l’esplorazione dell’ambiente sarà insicura e accompagnata da ansia. Questi bambini spesso manifestano ansia da abbandono. Il bambino percepirà di essere amabile in maniera discontinua: solo se, e quando, soddisfa le aspettative del genitore, e non in quanto persona degna d’amore. Spesso sperimenterà il senso di colpa. Nelle relazioni la sua tendenza sarà quella di idealizzare gli altri e di sottovalutare se stesso, inoltre sentirà spesso di essere in balia dell’impulso, della gelosia e della possessività.

STILE DISORGANIZZATO: le figure di attaccamento tendono ad essere scostanti e persino minacciose verso il bambino che può mostrare comportamenti opposti in un breve lasso di tempo, ad esempio tende ad andare verso il genitore ma cerca anche di allontanarsene, lo cerca ma non lo guarda. L’emozione di fondo è la paura. I bambini tenderanno a sviluppare credenze negative caratterizzate da disprezzo di sé, penseranno di essere cattivi e non amabili. Da adulti potrebbero provare un senso di alienazione dalla famiglia e dalla società in generale.

Secondo Bowlby, come abbiamo già anticipato, il comportamento di attaccamento e la tendenza dell’essere umano a innescare un legame di attaccamento, sono presenti “dalla culla alla tomba”. Per tutta la nostra vita cerchiamo relazioni,  di esse ci nutriamo, e lo facciamo secondo gli insegnamenti che abbiamo appreso dai primi legami.  Le più attuali ricerche delle neuroscienze ci dimostrano che, anche se le prime relazioni che abbiamo sperimentato sono state dolorose e poco in sintonia con i nostri bisogni,  la relazione ha un grande potere terapeutico, arrivando a risanare le più profonde ferite. La psicoterapia ha il compito di accompagnare la persona in un cammino verso il cambiamento e la cura, permettendo di sanare nel “qui ed ora” antiche ferite subite “lì ed allora”. La terapia psicosintetica, con i suoi tre caratteristici momenti, ossia CONOSCI, POSSIEDI  e TRASFORMA, facilita l’analisi degli elementi passati, presenti ancora oggi nella nostra psiche e la loro trasformazione, affinchè per noi diventino risorse. Il lavoro terapeutico e la consapevolezza che ne deriva, sulle nostre caratteristiche specifiche di personalità, sulle nostre TIPOLOGIE, ci permette di leggere la nostra vita, e gli eventi accaduti,  con nuove lenti. Possiamo darci una spiegazione del perché, ad esempio, “ho avuto una reazione così emotiva quella volta che mia madre mi ha brontolato”: le nostre tipologie di personalità hanno un ruolo fondamentale  nella risposta che mettiamo in atto rispetto agli eventi del mondo. Conoscerle, conoscere noi stessi, è lo strumento fondamentale per attraversare indenni le piccole grandi tempeste della vita quotidiana.

Federica Migliarese, psicologa psicoterapeuta e terapista EMDR.

federicamigliarese@gmail.com

Article written by Linda Cecconi