Il comandamento analitico: onora la crisi

Era la primavera scorsa – o giù di lì – quando mi venne chiesta la disponibilità a prendere parte, nella privilegiata veste di chi ha l’onere di introdurla, ad una giornata di studi dedicata alla crisi che stiamo attraversando e alle sue ricadute negli ambiti della psicoterapia. Ricevuto il mio assenso e dichiarato che si lasciava alla mia responsabilità il titolo dell’intervento, mi ritrovai in una condizione di imbarazzo. Non ero stato io a prendere l’iniziativa della giornata di studi e mi sfuggivano le motivazioni che avevano fatto ritenere tempestivo e importante il nesso tra crisi e psicoterapia. Avevo dato un assenso di massima, più per ricambiare la cortesia dell’invito che per interesse al tema. A sbarazzarmi del disagio, me ne uscii nel suggerimento di dare all’intervento il titolo riportato e segnalato nella locandina della giornata, e, appena mi fu risposto che lo si accoglieva senza riserve, al disagio subentrò improvviso un senso di sgomento. Il titolo mi parve da subito provocatorio (il suggerimento originario era stato ancora più radicale Il primo comandamento analitico: onora la crisi). L’avevo forse con qualcuno – la domanda che mi rivolsi – chi volevo provocare? Prima d’avere abbozzato una qualche risposta alla domanda, fui distratto dal rendermi conto che, se qualcuno provocavo, ero per primo me stesso. M’ero fissata ben alta l’asticella di un salto spericolato; m’ero vincolato alla promessa di saltare “oltre” alcune implicazione degli impianti teorici in nome dei quali “ero stato formato” e ai quali avevo fatto ricorso nella pratica psicoterapeutica. Rientra nella rincorsa con cui mi accingo al salto prendermi cura della crisi, “curarla”, se mi si passa la metafora, secondo una metodologia omeopatica, che proponga a farmaci proprio gli stessi materiali che risentono maggiormente della crisi. Omeopatico è l’atteggiamento di chi presume di curare somministrando in dosi infinitesimali le stesse sostanze che, assunte in dosi normali, nelle persone anche esse “normali” inducono i sintomi dell’affezione da curare. Una procedura che la lingua latina sintetizzava nell’antico detto “similia similibus curantur” e che anche la medicina ufficiale non disdegna quando ricorre ai vaccini, ovvero a quelle procedure che seguono la logica di inoculare agenti patogeni preventivamente e opportunamente depotenziati, al fine di determinare nei loro confronti un’immunizzazione. Dunque, è come se mi interrogassi, per restare in tema, sopra i modi con i quali immunizzarsi dalla crisi!

Potrebbe sembrare un giuoco, il mio; forse lo è, giuoco che faccio volentieri, perché mi diverte “prendermi giuoco” – non lo nego -, ma soprattutto perché si risolve in un astuto stratagemma col quale riesco a “trattenermi nella crisi” e non patire più di tanto i sussulti d’ansia che l’indagine comporta. Il giuoco lo intraprendo e condurrò tenendo ben dritto il timone alla rotta, nella convinzione che, se non vogliamo che il discorso sulla crisi si impantani nelle alternative di “crisi sì o crisi no”, e, nel caso di un sì, si esaurisca in una sequela nostalgica di valori perduti e di lamentele per il poco che sembra restarci tra le mani, sia necessario percorrere la strada che conduce a quei fondamenti ideativi che, pericolanti, rischiano di trascinare nel proprio crollo ogni sistema che vi fa riferimento: prendere la strada che porta, in altre parole, là dove la crisi nasce e dove si dà la possibilità di rintracciare i fini e i significati che l’insistenza della crisi nasconde. Il compito che mi prefiggo è presentare, a me stesso per primo, le riflessioni che si fanno a proposito della crisi del “moderno” – del pensiero che ha sorretto il diciannovesimo e gran parte del ventesimo secolo e la psicologia, candida e ingenua figlia di detti secoli – e caratterizzano la cosiddetta “tarda modernità”.

Fungerà a me da guida un elenco di singole “idee” che sono in corso di rielaborazione critica, e, a similitudine della traccia che, sotto il nome di scaletta, ogni oratore prepara prima di prendere parola, allo stesso elenco affido la scansione delle riflessioni sulle trasformazioni che di tali idee si impongono e sugli effetti che le loro modificazioni esercitano sopra la concezione del mondo e del posto che in esso l’uomo occupa.

1 – L’asse portante attorno al quale ha ruotato la concezione del mondo dell’età moderna – concezione persistente e ancora diffusa –, è stata ed è una particolare raffigurazione di progresso, che pone radici in due costitutive idee. La prima è quella per la quale il progresso appare un movimento inarrestabile e inevitabile che procede in un’unica direzione, e che percorre la realtà tanto sociale che biologica; è una concezione secondo la quale ogni movimento procede in avanti, ogni stadio successivo è inesorabilmente migliore del precedente, in quanto passo di approssimazione ad un’ultima unica meta. Dubitare del progresso, nell’accezione accennata, aveva dei costi, forse ancora li ha: l’inquieta ossessione d’essere presi per “persone all’antica” e il timore di patire il giudizio d’essere reazionario. L’idea di progresso comportava, seconda una logica che, un tempo stringente e rigorosamente rispettata, ciò che è più vicino al termine del processo evolutivo, più avanzato sulla via della conclusione fosse di necessità anche più valido e vero; viceversa, che quanto rimane distante dal termine ultimo, si configura per quel tanto di lontano che dalla meta appare tanto più “primitivo” o “infantile”, ovvero, viene rapportato alle prime età semplici, ingenue e rozze o della specie (primitivo) o delle biografie personali (infantile). Ad ognuno è evidente che la psicologia ha fatto propria tale prospettiva, anzi, ne è totalmente impregnata, e che persiste tenacemente nel condividerla, tanto che le teorie psicologiche in genere e in particolare quelle del cosiddetto “sviluppo” appaiono calate nello stesso stampo dell’idea di progresso. Anni fa sarebbe stato impensabile accostare al termine sviluppo gli aggettivi di sostenibile o compatibile. Quale senso avrebbe potuto avere per chi riteneva il progresso esclusivamente positivo, destinato alle decantate “magnifiche sorti progressive”, parlare di sostenibilità o compatibilità dello sviluppo? Oggi se ne parla, invece, e sempre più di frequente, e chi ne parla, se ne renda conto o no, introduce un iato teorico incolmabile con la nozione di progresso messa a punto dal pensiero del “moderno”. I termini di “sostenibile” o “compatibile”, infatti, sanciscono l’esistenza di una mutazione dell’idea di progresso: alludono alla possibilità di cambiamenti che, se garantiscono lo sviluppo di qualcosa, comportano costi umanamente “insostenibili”, richiedono “contropartite” che né il mondo, né alcuni popoli, né le generazioni successive potranno sostenere. Un dubbio agisce in ognuno di noi come un tarlo che si è scavato il proprio forellino nel legno della memoria e che, un giorno sì e due no, mette fuori il capo nella specie di vaga rimembranza di vicende che, pur nella grande distanza di tempo che le separa, condividono il medesimo luogo geografico, il Giappone; si può rimuovere alla meglio, ma non dimenticare e impedirne periodiche reminiscenze, né la bomba atomica su Hiroshima, né le lesioni del reattore atomico che più di recente impensierisce non solo il Giappone.

La seconda idea elementare, che animava la concezione di progresso e cade oggi anch’essa in sospetto, riguarda il nesso un tempo indubitabile tra progresso scientifico e tecnico, da un lato, e sviluppo umano e sociale, dall’altro. Ipotizzato che procedesse in senso unitario, il progresso non poteva non rappresentarsi se non come sviluppo in ogni circostanza, in ogni ambito dell’umano, per cui i suoi effetti benefici tracimavano per ogni dove e fecondavano inondandolo ogni piano dell’esistenza. Progresso tecnico e scientifico erano gemelli dello sviluppo economico, sociale e civile: sarebbero, cioè, nati e cresciuti assieme, e garantito l’emancipazione del genere umano. Un grumo di esperienze passate ha lacerato questa convinzione, minandone la fede. Riassumo il grumo di esperienze nell’espressione di “quel che resta di Auschwitz”: nodo, intreccio di dubbi inquietanti – nella domanda ahimè retorica: è mai possibile tanta ferocia? -, di ripensamenti critici, di sensi di colpa, che, a seguito alla tragedia del genocidio e dei campi di sterminio, per una sorta di legge del contrappasso, confinano in un lager di vergogna ogni “buona e bella” immagine dell’uomo. Un nuovo interrogativo si impone: “Che resta, allora, di quel movimento che ci veniva restituito nella forma di progresso? La risposta non si dà per facile. Certo non si può mettere in un angolo e trascurare ciò che si tocca con mano: come tanti aspetti della vita quotidiana nostra – siano oggetti, abitudini o relazioni -, cambino un giorno dopo l’altro con un velocità alla quale è difficile stare al passo. Pur senza aver chiaro di cosa si tratti, ci serviamo a indicarla del termine “cambiamento”, attorno al quale prende corpo l’idea che “le cose mutano”, che ognuna di loro è coinvolta in una vorticosa trasformazione. Ce ne ha dato un saggio in questa stessa giornata di studi l’equipe del “Centro Criticità Relazionali” di Careggi, diretto dalla dottoressa Belloni. Abbiamo ascoltato la rappresentante del Centro ripetere con insistenza la parola “cambiamento” e fare del cambiamento e delle sua necessità l’oggetto privilegiato dei loro interventi. Faremmo un primo errore se ritenessimo che il cambiamento riguarda il solo ambito della sanità pubblica e un secondo se dimenticassimo quello che è stato indicato quale poco rassicurante sua conseguenza: il cambiamento è in corso ed è inevitabile, per cui “o cambiamo o verremo cambiati”, memento dell’alternativa secca, per la quale o mettiamo mano al cambiamento e proviamo ad indirizzarlo o, se chiudiamo gli occhi, senza o contro la nostra volontà e contro i nostri desideri ci ritroveremmo “cambiati”. Ne usciremo comunque inconsapevolmente “coinvolti” (personalmente, sapendo di rendere più drammatica l’eventualità, aggiungo che ne potremmo uscire o “travolti” o “scaricati”, abbandonati sul posto dove ci illudiamo di resistere arroccati).

2 – L’idea di progresso, per essersi scavata un alveo di scorrimento nella dimensione in cui si susseguono le vicende umane, ha inevitabilmente trascinato nelle proprie le rovine della concezione della storia. Tutti abbiamo letto o sentito parlare di “Fine della Storia”. La prima volta che incontrai l’espressione, ricordo d’essermi sentito aggredito da un sussulto di brividi. Direte paura; rincaro la dose: sconvolgimento, annientamento sono le parole per dire lo stato in cui mi trovavo, perché sospettai che mi si volesse sottrarre il domani, ogni progetto, perfino la speranza. Non so quanto risulti estraneo che parli di domani e di speranza in riferimento alla storia che è raccolta di vicende di ieri, di cose del passato. Ovvio è tuttavia che, se le vicende passate sono il contenuto della storia, al presente sempre appartiene il racconto che lo storico ne fa e tra le tante istanze che lo motivano a raccontare si annida quella di trarre previsioni sul futuro. Informarmi immediatamente circa il significato della fine della storia fu, dunque, un’azione di difesa, che raggiunse lo scopo quando riuscì chiaro che con l’espressione non si era voluto annunciare che non ci sarebbero più state imprese da tramandare, uomini “esemplari” di cui raccontare, studiosi che si premurerebbero di raccogliere storie di altri uomini e comparare le loro vicissitudini ad altre precedenti, cercandovi con pazienza nessi di continuità e cesure di discontinuità, sforzandosi di interpretarle. Con “Fine della Storia” s’intendeva significare – anche se non è affatto poco – il tramonto del “valore” che alla Storia – scritta con la maiuscola – un tempo si attribuiva. Radicata era – in larga parte ancora la è –la convinzione che la storia sia percorsa da un unico movimento lineare e unidirezionale e che la metterla in movimento sia un centro direzionale unico, che la indirizza verso un unico fine, l’emancipazione del genere umano. Che fosse protesa verso un fine obbligato confermava la storia nella specie di percorso che si disponeva all’incontro finale di un Uomo che avrebbe nel tempo conseguito una piena realizzazione e si sarebbe inserito in un “felice” quadro di totale armonia con gli altri Uomini, con una Natura domata, con una Storia compiuta (la U maiuscola con cui inizia la parola uomo fa da pendant alla maiuscola del termine Storia). Anche questa concezione di Storia, come in precedenza si è detto per l’idea di Progresso, ha le sue ricadute pratiche: che tra le tante vicende umane, che si erano susseguite, quelle che non si erano affermate non trovavano conferma nella storia. La seconda ricaduta: che di ciò che la storia tace si perdono anche le tracce, così come il male con cui eventualmente se ne parla si traduce in una sorta di sua maledizione. La terza: non è sufficiente a spiegare le parzialità della storia la costatazione che di storia scrivano in prevalenza vincitori che non riconoscono ai vinti l’onore delle armi; è stato necessario affidarle il rango di un tribunale – il Tribunale della Storia -, che, valutate false e illusorie le ragioni, gli ideali e le intere civiltà dei vinti, rinvia questi ultimi a giudizio e li condanna all’ergastolo dell’oblio o alla gogna della derisione. Valutando tuttavia tale raffigurazione della storia col “senno del poi”, si approda, forse troppo facilmente e immeritatamente come per tutti i giudizi affidati ad un senno ahimè tardivo, a due considerazioni. La prima è che la Storia, come la sì intendeva, mostra d’aver posto radici nell’idea cristiana della Redenzione del mondo, riproposta da parte di un pensiero “laico” e razionale in una versione “desacralizzata”. Oggi, del progetto laico allestito e parzialmente realizzato appare evidente la filiazione da un disegno escatologico, che pone alla fine dei tempi la vittoria del Bene sul Male e il raggiungimento di una Gerusalemme Celeste. Né possiamo negare che, dissolta nel tempo la dimensione “sacra” che lo incorniciava, il progetto laico abbia avuto una connotazione mitica. La seconda considerazione nasce spontanea a uno sguardo disincantato che nella sequenza delle umane vicende si accorge di tendenze e direzioni di marcia molteplici, diverse l’una dall’altra, che trovano tra loro a volte un compromesso, in altre contrastano – ora l’una vincendo, ora l’altra -, e in altre ancora si annullano vicendevolmente. Le sequenze storiche non si ordinano secondo principi o fini; mostrano piuttosto d’essere l’esito d’un complesso e delicato equilibrio di forze molteplici organizzate attorno ad una miriade di “centri propulsori”. Né sfugge a chi si scuote di dosso l’incantesimo esercitato dalla Storia – quella scritta con la maiuscola – quanto gli effetti delle singole “forze” storiche abbiano carattere di casualità, seguano criteri probabilistici, e che le linee di marcia della storia – scritta con la minuscola questa volta – mutino spesso senso e direzione nel corso del tempo, e che alcune “direzioni di marcia” si mantengano tacitamente, e, dopo pause più o meno lunghe, riaffiorino come fiumi carsici e proseguano la loro marcia indossando le vesti di nuovi orizzonti gnoseologici: procedano, cioè, per “salti”, come direbbe Khun, per mutamenti di paradigmi. Se poi si vuole passare – e in questa sede non vedo cos’altro volere – dalle considerazioni di ordine generale, relative alla storia umana nel complesso, al piano delle storie individuali, ovvero delle biografie – dimensione propria della relazione analitica come contesto di un’analisi e di una ricostruzione biografica –, dopo aver ricordato che i criteri della raccolta dei dati anamnestici e della stesura delle biografie, come si rintracciano nei “casi clinici”, sono mutuati dalla concezione della Storia “del tempo che fu”, non è da scordare un’avvertenza: che l’autobiografia è un racconto autografo nel quale, tramite i nessi esibiti tra vicissitudini del passato e vicende del presente, le sequenze narrative ancorano pragmaticamente il narratore alla relazione con l’ascoltatore – ora riconfermandola, ora premendo per una sua modificazione –, presentandosi all’interlocutore nella veste di una sorta di scommessa sul futuro. Se volessimo metterci alla prova “in corpore vili” – nello specifico della presente giornata -, potremmo, dovremmo chiederci se e come e perché le due storie raccontate, quella del transito del “progresso” e quella del passaggio della “storia” dall’evo moderno al post moderno, “ci sorprendono”: in che misura e maniera, cioè, catturano la nostra attenzione, sollecitandola a trascurare quanto siano più o meno esatte le vicende raccontate e a mettere a fuoco piuttosto quali siano le mie attese rapprese nell’atto di mettere su oggi e in questa sede il “mio” racconto e quali le vostre nella ascoltare il racconto che vi viene fatto.

3 – Un’altra questione, che il transito dalla prospettiva moderna a quella post moderna apre, è di tale rilevanza da meritare una riflessione a parte, in quanto costituisce uno dei cardini attorno al quale ruota la crisi attuale. Mi riferisco al tema dell’emancipazione del genere umano e all’ombra del dubbio in cui cade per la constatazione che ad essa sia stata sovrapposta una Figura Umana “enfatica”, esaltata, a similitudine delle figure dei santi medioevali e rinascimentali che adornano le nostre chiese, la testa aureolata di luce: non a caso “la testa” a santificazione della Ragione. Figura che a stento si accosta ad un uomo in carne e ossa, per più assomigliare, come scrive con efficacia Vattimo, ad una figura antropomorfa idealizzata. A me piace integrare la precedente formula nell’espressione di figura antropomorfa mitizzata dal vanto d’una supposta divinizzazione. Ma credo si possa essere ancora più radicali nella critica. In sospetto cade, infatti, lo stesso umanesimo, anche se è affermazione che faccio con il dolente rammarico di chi ha nutrito grande interesse per il fenomeno storico culturale corrispondente ed ha una passione smodata per la dignità umana di mirandoliana memoria. Mi duole che dell’Umanesimo sia stato rimarcato il sottofondo individualistico, che non riesco tuttavia a negare, così come non ho argomenti per confutare l’opinione di Habermas, il filosofo che ha rivisitato e criticato l’atteggiamento umanista, accusandolo di individualismo. A sottolinearne il lato negativo, a denunciare il carattere ideologico del progetto umanistico, si è introdotto il neologismo di umanismo, implicito nella supposizione di un uomo che ripone la propria soggettività nella capacità di riappropriarsi a se stesso compiutamente e di disporre e godere di una visione oggettiva tanto del mondo, quanto della storia. Ripetere ciò è per me confidare una sensazione di sofferenza, quasi una “confessione”, cui pone conforto il pensiero che più che l’umanesimo quattrocentesco da mettere sotto accusa sia l‘uso ideologico che ne è stato fatto successivamente. D’altra parte, la sofferenza personale è anche lenita dal retrocedere le mie preoccupazioni in secondo piano per il sovrapporsi di una nuova ancora più dolente. Dell’intera questione, infatti, ciò che maggiormente m’inquieta è la supposta fragilità che connota il processo di emancipazione, da quando ciò che lo garantiva pienamente – le concezioni del Progresso e della Storia – non sembra in grado di garantire un bel niente. La constatazione mi duole particolarmente, perché in proposito non intendo fare un passo indietro: non trovo ragione di rinunciare a un progetto di emancipazione, quali che siano le difficoltà che si contrappongono. A rendere esplicita la mia disposizione d’animo in proposito valga la confidenza dei sentimenti che provo – sospesi tra l‘incredulità per le affermazioni che ascolto ripetere e un moto di rabbia verso chi le ripropone –, quando sento lamentarsi della classe politica e proporre a soluzione il rinnovamento generazionale dei suoi rappresentanti. Ho fatto politica nell’età di mezzo, sospesa anni addietro, e so di quel che si parla. Forse è questa la differenza tra me e chi la politica l’ha vista da lontano o ne ha solo sentito parlare. E’ una differenza che spiega molte cose, ma non tutto; né serve a me a comprendere come non ci si renda conto delle difficoltà che la politica incontra, specie quella su cui si affaccendano coloro che seguitano a definirsi progressisti, una volta che in crisi siano cadute e l’idea di progresso e quella di storia, i due binari lungo i quali la locomotiva dell’emancipazione macinava un tempo chilometri su chilometri, e i politici dibattevano sopra i criteri da adottare nello studio del processo di emancipazione, sui modi di favorirlo e di rimuovere gli ostacoli che nella sua corsa incontrava, su i tempi da seguire “per non perdere il treno”. Oggi le cose non stanno così, dominate come sono da pressanti interrogativi: “Quali mosse sono necessarie per rendere le istanze di cambiamento un moto d’emancipazione? Quale figura umana porre a guida e a meta del movimento emancipativo, in sostituzione dell’ideale “figura antropomorfa” di cui si è parlato? Con quali pensieri rappresentare l’uomo nella sua concretezza e realistica disposizione a saltare in groppa e tenere le briglie del cavallo dell’emancipazione? Domande, tutte, alle quali la risposta non può che succedere agli interrogativi circa i modi con i quali è oggi possibile raffigurare la realtà e si riesce a fare indossare all’uomo i panni di “persona”: interrogativi attorno ai quali cercherò di esercitare il pensiero, mio e vostro.

4 – Se avevo concluso un precedente paragrafo con l’affermazione della “Fine della Storia” – nel significato, ripeto, di tramonto del “valore” che un tempo alla Storia si attribuiva -, un altro fronte rimane aperto: un’altra scissura dal pensiero moderno si è introdotta, indicata dall’espressione “perdita di senso di realtà”. Che si stia vivendo un senso di perdita e si viva una condizione di spaesamento lo ascoltiamo ripetere di continuo e da molti, tutti valutando ciò esito negativo della crisi. Ma si potrebbe accostare la situazione da un altro punto di vista, rovesciando, per così dire, il ragionamento: considerare, cioè, la perdita di senso di realtà non effetto della crisi quanto una delle sue cause. Dire che ci distanzia dal pensiero del “moderno” la perdita di senso di realtà – ed immaginando che il destinatario dell’affermazione sia “abituato” a considerare il “reale” un corpo tanto omogeneo e unitario, quanto solido e granitico – non equivale a cercare di convincerlo che la realtà è un’illusione e bene farebbe a non parlarne più. Ciò che si annuncia è la “caduta” – Vattimo parla di erosione – della concezione di un realtà unitaria, e con la locuzione “perdita di senso di realtà” si afferma che ciò che si perde per strada è il suo senso, nel duplice significato sia di sentimento che di significazione. L’esatta comprensione della prospettiva inaugurata – cosa rappresenti e cosa ne consegue – richiede una premessa. Perché la realtà si configuri omogenea e ordinata, ovvero, come si dice, un “cosmo” è indispensabile che l’uomo disponga di un’ipotetica visione cosmologica. Il contatto con la realtà avviene perché disponiamo in precedenza di lenti con le quali osservarla e grazie alle quali mettere a fuoco una “visione”, farcene un’idea. E’ nella visione, che ce ne facciamo tramite il ricorso a “definite” lenti con le quali la guardiamo, che la realtà si “definisce”; è dalla lettura della realtà tramite apposite mappe per leggerla che essa si configura omogenea, in quanto omogenea alla mappa adottata. Di cosmo si parla infatti con riferimento allo spazio ordinato e armonico dell’universo. Avendo due degli interventi precedenti fatto entrambi ricorso all’etimo delle parole adoperate, al fine di chiarirne il significato, mi sento legittimato a ricorrere anch’io alla ricerca etimologica: cosmo condivide il proprio etimo con la parola cosmesi. Parlare della realtà come di un cosmo è un modo come un altro di “abbellirla” , di collezionare tra i tanti elementi che di lei ci hanno “impressionato” questo o quello e di porre l’un l’altro in connessione, sancendone il nesso, in maniera da rendere ordinata, armonica e agevole la realtà. Operazione possibile e auspicabile, perché le lenti che usiamo uniformano le differenze che passano tra i componenti del reale, riducono le distanze che li separano e attenuano i conflitti che li percorrono. In fondo anche il termine universo, quando lo si scomponga nelle sue componenti – “unus” e “versus” – parla di qualcosa che viene rappresentato secondo un’unica prospettiva! Mi viene spontaneo comparare l’uomo, che si ingegna a studiare la realtà e a contattarla, a un fotoamatore che si inizia alle potenzialità dei vari obiettivi e impara a distinguere dai loro effetti un normale obiettivo da un grand’angolo o da un teleobiettivo; apprende inoltre che le foto che scatta acquistano significatività dall’impiego accurato della cosiddetta distanza focale degli obiettivi adoperati che permettono la scelta del dettaglio da “mettere a fuoco” e delle parti da “sfocare”. E immagino che, se al fotoamatore prendesse vaghezza di possedere un obiettivo che gli restituisse la realtà così come è, nella panoramica e in tutti dettagli suoi, e si precipitasse presso un ottico per sapere se il poderoso obiettivo esiste, avrebbe a risposta un no secco: l’obiettivo “desiderato” non esiste!. Né mi stupirei se, dando corso alla fantasia, la sequenza immaginaria giungesse al punto da mettere in bocca a quel brav’uomo dell’ottico che, se un giorno dovessimo disporre del potente obiettivo, la realtà che ci restituirebbe non interesserebbe più nessuno.

Accostiamo la realtà, col pensiero e con i sensi perché disponiamo di una mappa. Ne abbiamo avuto esempio nel vivo dell’odierna giornata quando sempre la già citata equipe di Careggi, a illustrare il proprio lavoro, nel descrivere l’oggetto, le modalità e fini dei propri interventi, li ha esposti in un disegno e, servendosi del PowerPoint ha proiettato alle mie spalle uno schema: una successione di cerchi concentrici, ognuno accreditato di un nome, se ricordo bene, quattro cerchi che disegnavano gli spazi del paziente, quello degli operatori a diretto contatto col primo, quello del gruppo degli operatori e il quarto dell’istituzione sanitaria. Cos’è lo schema proiettato se non una mappa, che riassume il frammento di realtà sul cui il gruppo lavora e illustra le condotte adottate e le modifiche apportate? Né è pensabile che le colleghe potessero fare qualcosa di diverso, Pensabile, invece, è che ogni operazione che compiranno nel prossimo futuro, sarà anticipata, guidata e sorretta dalla stessa mappa alla quale ci hanno introdotti. In altre parole, sono le stessi lenti o mappe che adottiamo a produrre, quali loro effetti, sia un sentimento che un senso di realtà. Quando si tocca con mano ciò che cade realmente sotto i nostri sensi e le sensazioni provate sono riconducibili alla visione cosmologica che condividiamo, tutto torna, ogni panorama esibisce un proprio ordine e ogni dettaglio a tale ordine collima, trovandovi collocazione. Ci “sentiamo” così parte della realtà: proviamo un sentimento di appartenenza alla realtà, di condivisione. Ugualmente, nelle stesse condizioni di omogeneità tra la raffigurazione che in noi prende forma a contatto con la realtà e le mappe di realtà di cui disponiamo, siamo in grado, secondo la grammatica della visione cosmologica, di interpretarla, di dar senso alla realtà. Quel che “non conta più”, dunque, non è la realtà, bensì la mappa con la quale abbiamo ritenuto fino ad oggi di rappresentarla. Ciò che cade in questione è la mappa che l‘età moderna ci ha lasciato in eredità e che la configurava nella specie di qualcosa di omogeneo, di compatto e di solido. Né è sufficiente criticare e sostituire un mappa che appare inadeguata. Cade nelle maglie della critica anche l’idea che una sola mappa possa esaurire la realtà. Non riusciremmo ad adattarci alla realtà, né ad adattare la realtà a noi, se non avessimo proceduto all’allestimento di molteplici mappe. Non propongo con ciò niente di nuovo, tra l’altro, tanto meno di sfacciato, ma solo di estendere alla visione e al pensiero della realtà ciò che di fatto da tempo utilizziamo nell’esplorazione geografica. Ognuno di noi, fin dalle scuole secondarie, sa dell’esistenza di mappe di varia foggia, di diversi colori, di differenti scopi. Conosciamo le carte geografiche e la loro diversità dalle carte storiche, a loro volta diverse l’una dall’altra: una cartina dell’Italia amministrativa di oggi, non coincide con le ripartizioni territoriali d’una carta medioevale, dell’Italia longobarda ad esempio, e né l’una, né l’altra con quella rinascimentale con le ricche Signorie piazzate qua e là. Nessuno dei due generi citati di “carte” può essere accostato alle cartine cosiddette economiche, che si prefiggono di segnalare le aree di produzione: le sedi di estrazione delle materie prime, là, qua le produzioni agricole, un colore per dove si coltiva il riso – un bel verde che incornicia il decorso del grande fiume della padania occidentale – e dove il grano, a ridosso del giallo caldo che colora il tavoliere pugliese. Si pensi come non sarebbe affatto sovrapponibile alle altre un’eventuale cartina enologica, che non conosco, non ho mai visto, ma son disposto a scommettere che da qualche parte sicuramente la si trova ad indicare le località di impianto dei vari vitigni. E chiunque si diletta a fare del trekking non cercherà di certo nessuna delle mappe ricordate, nelle quali non c’è traccia dei sentieri che attraversano boschi o guadano piccoli torrenti. La necessità di mappe molteplici scaturisce dal fatto che la realtà si declina ai nostri occhi nei vari contesti di vita, secondo i quali e in funzione dei quali le varie componenti del reale si aggregano e si organizzano diversamente in un modo qui, ora, poco dopo là, in un altro. Mi permetto un’affermazione sconvolgente, la seguente: “La realtà non è”; e di salvare l’affermazione – e me stesso dall’accusa d’essere un provocatore o un nihilista -, integrandola in uno di quei giuochi cari alla tradizione culturale francese, dalla quale confesso d’aver tratto ispirazione: “La realtà non è, la realtà c’è”. Quel “ci”, che fa la differenza, è ciò che chiarisce che la realtà si declina a noi negli ambiti di vita in cui la incontriamo. Il “ci” fa riferimento tanto a “noi” – come quando diciamo “ci” piace, “ci” duole, o non “ce” ne importa niente –, quanto alla circostanza di tempo e di luogo, in cui “ci” troviamo di volta in volta. Ritengo superfluo parlare delle ricadute pratiche – ne farò solo un breve cenno – del discorso iniziato sul significato della parola “cosmo” e finito con la “teoria delle mappe”, chiamiamola così. Le nostre competenze coincidono con la dovizia della personale “biblioteca di mappe”, che teniamo a disposizione, con l’astuzia che aggira l’inganno che insorge nel confondere una mappa con la realtà – tra mappa e realtà passa la distanza che un tempo si diceva separasse il “dire” dal “fare” –, con la familiarità alla frequentazione di detta”biblioteca”, con l’esperienza acquisita nel leggere e interpretare le mappe che introducono la realtà.

5 – Torniamo adesso a noi, nel senso di fermarci a riflettere sopra quell’insieme di “frammenti di realtà” che concorrono a configurare l’uomo quasi un collage. Che ne è dell’uomo dopo che lo scalpitante cavallo dell’evoluzione e la lucente e sfarzosa armatura del bel cavaliere, che se ne stava in groppa, sono ombre sbiadite? Come è stato detto di ogni prefigurazione della realtà, anche la costituzione umana non è omogenea e compatta, ma sfaccettata e disuguale nelle sue parti. Non è pensabile il cosiddetto individuo nella configurazione di una realtà contenuta entro un perimetro dai confini ben delineati, che possa far parlare di un sé interamente raccolto al suo interno, un sé chiuso e in sé risolto; né è proponibile l’etimo del termine – “in/dividuo” – con il quale lo si è voluto significare soggetto indiviso e indivisibile. Eppure è stata la stessa psicoanalisi a contribuire a rompere l’incantesimo della supposta sua unità, introducendo la tripartizione topica della psiche in un Io, in un Super Io e in un Inconscio; immaginando e descrivendo le tensioni che attraversano il soggetto e passano tra l’Io, un Io Ideale e un Ideale dell’Io; dando testimonianza che “l’io non è padrone neppure in casa propria”. Passando da un eppure all’altro, con l’insistere sul tema della presa di coscienza, sullo sviluppo della personalità da stadi infantili verso stadi maturi, sul motivo di un io gemello omozigote di un principio di realtà, sulla pretesa di ridurre l‘inconscio alla coscienza, la psicoanalisi è rimasta interna alla logica del progresso di impronta illuministica. Come in ogni disciplina psicologica, anche nel movimento analitico ha prevalso la tendenza di tornare al pensiero di un uomo che assume a proprio modello una figura astratta, che scende in terra al momento della nascita come da un empireo e che, solo un volta disceso, hanno per lui inizio gli scambi con la realtà naturale e sociale che favoriscono o limitano la sua naturale disposizione a crescere, obbligata quanto “magnifica”, come erano supposte le sorti dell’Umanità. L’origine umana è invece lì, tra gli umori, i suoni e gli odori del corpo della madre e, con la nascita, nelle contrazioni e negli strappi del travaglio di parto e, dopo la nascita, nella fisicità dei contatti, non solo alimentari, e nel cumulo delle tensioni corporee e nei concomitanti scambi affettivi. L’uomo nasce con la propria storia. La sua origine è biografica.

Come un tutt’uno era nel ventre materno col corpo della madre, nasce e cresce sempre in relazioni strette, stretto nelle relazioni trovate e ripetute, modellato negli scambi affettivi da cui è stato abbracciato o respinto, scolpito dal tono delle voci ascoltate – sia che lo assecondassero, lo incoraggiassero, lo rimproverassero o lo lodassero -, inciso nelle parole scambiate che ha appreso a conoscere: nel commercio, anzi tutto, con quell’iniziale frammento di realtà che è il nucleo familiare, non a caso definito famiglia di origine. Né qualcosa di compatto e omogeneo è il frammento di realtà che chiamiamo famiglia. Alla famiglia non corrisponde un solo “ambito di vita”. Una medesima famiglia anagrafica, è occasione di ambiti di vita diversi che si alternano e si succedono al suo interno. Di una stessa famiglia i confini si allargano e si contraggono secondo le circostanze: si allargano, ad esempio, quando “vengono a far visita i nonni”; eppure, la stessa presenza di uno dei nonni, altre volte restringe gli spazi di famiglia; così come si restringono quando uno dei genitori è assente, oppure, anche se paradossale, è l’assenza di un genitore ad allargare lo spazio dei figli e dell’altro coniuge. Né le acque di famiglia hanno mai una costanza di fluidità, né una totale trasparenza. Capita così, nel giudicare ragazzi appartenenti al medesimo familiare, di dimenticare che, quand’anche la famiglia anagrafica sia la stessa, essa costituisce un tessuto relazionale e un intreccio di aspettative del tutto diversi, a volte contrastanti per il primogenito e i figli che seguono; o che, quando tra un figlio e l’altro passa del tempo, nessuno dei due genitori, che pure seguitano a portare i loro propri stessi nomi, che ora si prende cura del secondo o terzo figlio non è più lo stesso genitore che si era preso cura del primo. Alla successione cronologica dei figli fa eco una scaletta ad ogni gradino della quale corrisponde un ruolo diverso, e sono ruoli che trascendono gli stessi interpreti e che nel tempo persistono al punto che, cresciuti i figli e deceduto anche l’ultimo dei genitori, l’ultimo della nidiata rimane “vita natural durante”, il “piccolo” di casa.

6 – La prospettiva dalla quale abbiamo gettato il nostro sguardo alla nozione di in/dividuo, pone in dubbio anche un termine come “autenticità” o, meglio, la vecchia nozione per la quale si definiva autentica la manifestazione “di ciò che ciascuno davvero è”. Vana risulta la ricerca in analisi di una soggettività perduta o alienata o di una autenticità dispersa. Fuorviante la fatica a scendere ai livelli più profondi e intimi di una interiorità alla riscoperta di sè, come se le idee di “sé”, di “soggettività” e di “autenticità” potessero essere assimilate ad un sorta di carta d’identità, la soggettività, e ad una carta di credito, l’autenticità, che qualcuno avrebbe sottratto al legittimo proprietario o che questo, distratto, avrebbe dimenticato da qualche parte, in una borsa, magari in qualche tasca della giacca, senza ricordarsi quale. Se ha ancora senso parlare di autenticità e la si vuole conservare, la si può adoperare non tanto in riferimento ad un soggetto – niente di preciso possiamo dire circa l’autenticità di chi prende parola -, ma alle forme di comunicazione, come ha fatto Gadamer, il quale ha introdotto la distinzione tra “un dialogo autentico e un dialogo che tale non è”. In altre parole, non si dà un soggetto che in sé possa dirsi autentico, né un discorso – tanto meno una parola – che declini una soggettività: parola o discorso o soggetto cadono nella dimensione della soggettività solo in occasione e nel contesto di un azione comunicativa. Ogni rivendicazione di autenticità non può fare affidamento se non nell’atteggiamento degli interlocutori di un dialogo che Gadamer introduce con queste parole:“nel dialogo con l’altro tutto ciò che egli dice va preso sul serio, mai “ridotto ad altro” o “smascherato” da un preteso punto di vista superiore, più vero”. A spiegazione del significato delle proprie parole e allo scopo di individuare un falso dialogo, Gadamer ha portato a esempio proprio il dialogo psicoanalitico. Ammetto che è imbarazzante citare un esempio simile durante una giornata di studi indetta da una Scuola di Psicoterapia e assumere a indice di inautenticità proprio quel dialogo che è stato costruito nella presunzione di mettere il paziente nelle condizioni di riuscire a “dire anche ciò di cui non è cosciente” e di scendere, come si è soliti dire, nel suo “profondo”; e più che imbarazzante, impudente sarebbe sbattere la frase di Gadamer in faccia ad un uditorio composto da docenti e allievi impegnati in un processo di formazione ad una tecnica privilegiata di “ascolto”. Se della citazione fatta qualcuno si stupisse, qualcun altro si rammaricasse o si indignasse, capisco l’uno e l’altro, per aver provato sentimenti analoghi al tempo della mia prima frequentazione del pensiero del filosofo. Fortuna volle che, contenuti alla meglio i sentimenti che provavo, trovai la forza d’animo di proseguire nella lettura fino a raggiungere le ragioni del suo convincimento: nel dialogo analitico, imparai leggendo, “quel che il paziente dice è ricevuto dal terapeuta solo come sintomo”. Il che significa che in questo dialogo uno degli interlocutori legittima il proprio ruolo nel diritto di ricondurre l’altro alla mappa di cui dispone e di interpretare le parole che ascolta per averle filtrate alla griglia che l’autorità di qualcuno in precedenza gli ha suggerito e alla quale lo ha “in/segnato”. Se uno dei due interlocutori è stretto in questo presunto e angusto diritto, – co/stretto in una griglia precostituita e pregiudiziale -, inevitabile e scontato è l’esito del dialogo: le parole proferite dal proprio interlocutore niente altro dicono se non quello che è giù detto e scritto nel ”dizionario” analitico che l’altro tiene in studio. Se segno di disponibilità ad ascoltare è la convinzione che quel che ci viene detto non è mai tutto quello che ci sarebbe da dire, non lo è la presupposizione che quel che ci viene detto non corrisponde alla verità, che sempre risiederebbe in quello che è il “latente” del discorso manifesto. Un ascolto “pieno” si dà per atti di comprensione di quanto di altro le parole dette e scambiate, nel dirsi e per dirsi, trascinano con sé o escludono da se o da sé respingono. Ciò che sta “sotto” o dietro” dice di più, certo, ma non di meglio di quanto detto, né di tanto peggio; il cosiddetto latente non contiene in sé delle verità, belle o brutte che siano, celate sotto a parole tanto manifeste quanto “false”. Parla piuttosto di “qualcosa d’altro ancora”, per ascoltare il quale è indispensabile allontanarsi dalla logica del “gatta ci cova”, prendere distanza dalle cosiddette teorie del sospetto e cercare, allestire, sperimentare una misura (a proposito della quale si potrebbe ancora far uso, fino a che non si trovi un’espressione migliore, della “autenticità”) nell’atteggiamento di un interlocutore che sa restare in una modalità di comunicazione per la quale “ascolto”, “interlocuzione”, “interazione” e “interpretazione” svolgono la funzione di mantenere vivo il dialogo, di ampliare la comunicazione, di approfondire e variarne i contenuti, di modificare la qualità delle relazione con la quale gli interlocutori si intrattengono vicendevolmente. Un dialogo per dirsi “autentico” non può esaurire la propria funzione in quella di una comunicazione denotativa di quel di cui si discute e vi si comprende, si connota anche e in modo precipuo per la propria attività performativa, ovvero, per la possibilità di coinvolgere gli interlocutori, entrambi, in un processo di cambiamento.

7 – Quel che intendo dire meglio lo illustra la parabola citata proprio stamani da chi mi ha preceduto il mio intervento, relativa a quella divinità del pantheon indiano che invia due re del luogo, uno prima, l’altro dopo, uno contraddistinto nella sua malvagità, il secondo nella sua benevolenza, alla ricerca di un uomo che possa dirsi “veramente buono”. Sono obbligato ad riassumerla di nuova, per brevità parafrasandola.

Curioso di venire a capo dell’annosa questione della natura buona o cattiva del genere umano, una Divinità indiana – di cui sul momento non riesco a ricordare il nome – decise di fare in proposito delle indagini delle quali incaricò un maragià noto per la sua malvagità. Aveva determinato la scelta divina la fiducia che, proprio per contrasto, alla malvagità di chi conduceva l’indagine non potesse sfuggire la presenza di un’eventuale umana bontà. Portata a termine l‘inchiesta, il malvagio maragià tornò a riferire che sulla terra non c’era traccia di un uomo buono, al massimo esistevano uomini che buoni potevano dirsi solo per limitatissimi aspetti. La Divinità insoddisfatta non si dette per intesa e decise di far proseguire le indagini questa volta da un maragià, la cui benevolenza nessuno dei contemporanei metteva in dubbio. Girato che ebbe in lungo e largo, il buon maragià fece ritorno con la risposta che segue: “Ogni uomo in fondo è buono, anche se in ognuno di loro, per qualche aspetto, si annidano ombre di malvagità”. Ascoltata la storia, che trovai piacevole tanto quanto interessante, sul momento pensai che l’avrei citata nel corso dell’intervento ad illustrazione del fenomeno di come la realtà venga percepita diversamente a seconda della lente con la quale la si guarda. Con un’immediata mia interpretazione avevo scovato la morale del racconto: un occhio cattivo vede il male da per tutto contrariamente a quanto accade ad un occhio esercitato al bene. Non è andata come avevo previsto, come ogni presente può testimoniare. Nel corso del mio intervento ho trovato, infatti, così tanti e chiari esempi circa i modi con cui guardare la realtà, che non ne ho fatto di nulla. La storiella indiana, tuttavia, la ripropongo adesso, corredata però di una interpretazione differente. Il maragià malvagio incontra una serie di individui e dalla relazione che con loro stabilisce affiora in prevalenza una vena di malvagità. Quando lo stesso compito viene svolto dal maragià buono, le proprie relazioni con gli intervistati sono talmente permeate di benevolenza che dei suoi interlocutori emergono in prevalenza i lati migliori. Non più dunque un maragià cattivo e uno buono che nel corso delle loro indagini raccolgono dati tra loro omogenei e conformi, che, tuttavia, ognuno dei due successivamente interpreta secondo le proprie inclinazioni in maniera diversa. Profondamente diversi sono invece i “dati” che emergono dalle due inchieste e la diversità, che tra di loro passa, consegue all’autenticità maggiore o minore dei dialoghi stabiliti, i quali risentono della benevolenza o della malvagità di uno degli interlocutori! Che sia alla luce di questa seconda interpretazione che la storia raccontata si propone a modello di un relazione analitica?

Che il mio intervento termini con una domanda è consono all’intento col quale ho preso parola: offrire un elenco di questioni aperte ad approfondimenti da avviarsi nel corso della giornata. Se così non fosse, quale senso avrebbe parlare di giornata di studi? Tuttavia, mi siano consentite due ultime precisazioni, la prima delle quali attiene al titolo dell’intervento. L’espressione Onore alla crisi risuona a me sul momento invito alla deferenza verso i movimenti o i sovvertimenti che ogni soggetto prova e attraversa, deferenza da assumere quale “regola fondamentale” del dialogo analitico.

La seconda si risolve nella confidenza di due convincimenti che gli anni, man mano che corrono, in me consolidano:

a) Quando si parla di crisi non si ha da pensare ad uno stato, come sovente si dice – stato di crisi -, ma alla dinamica di un sovvertimento, per venire a capo del quale occorre sintonizzarsi col movimento che lo percorre. Per cogliere le ragioni dei cambiamenti e la direzione delle trasformazioni in corso, non altro modo migliore conosco di quello di immergersi nel moto della fiumara, ora lasciandosi pericolosamente trascinare, ora faticosamente risalendo la corrente. Ciò che ho finora detto, lo si può ritenere il resoconto e degli spericolati abbandoni alle correnti e delle logoranti risalite lungo le fiumare che mi hanno alluvionato la vita, ogni volta, cioè, la situazione che vivevo mi richiedeva la messa in questione di quelli che erano stati, se non oso dire troppo, gli articoli di fede della mia formazione.

b) Non riesco ad immaginare una formazione di psicoterapeuti, che susciti in chi vi è stato coinvolto il timore di bagnarsi i piedi nelle acque limacciose della crisi; una formazione che non faccia oggetto di analisi i temi che ho sollevato. Come chiaro è il compito delle singole scuole di psicoterapia di rivisitare quello che è stato il pensiero dei loro fondatori – che porta di necessità l’impronta dei presupposti della concezione moderna della natura, della storia, della società -, quale maniera migliore di esprimere la considerazione che di loro ancora si conserva e il rispetto che meritano col restituirli ai tempi di appartenenza, alla “misura” d’umanità raccolta in ogni loro singola e peculiare biografia.

 

 

San Domenico di Fiesole, 12 Ottobre 2013.

Giornata di Studio 2013 – Sabato 12 Ottobre 2013, Firenze
“La Psicoterapia in tempi di crisi”

2014-05-20T16:36:47+02:00 8 Maggio 2014|