Teoria e pratica della diagnosi in psicosintesi (parte I)

TEORIA E PRATICA DELLA DIAGNOSI IN PSICOSINTESI

Alberto Alberti, Nives Favero

INTRODUZIONE

“Preferisco sforzarmi di comprendere l’uomo nella prospettiva della sua salute . . .”

C. G. Jung

SEMEIOTICA

La parola diagnosi deriva dal termine greco diagnosis, che significa riconoscimento. Il suo significato etimologico è dunque l’analisi e il rilievo semeiologico di segni e sintomi, la loro valutazione e raggruppamento in complessi sintomatici (sindromi) ed il loro inquadramento nosografico. Ciò rimanda ad una etiologia (che in psichiatria, a differenza degli altri settori della medicina, è quasi sempre solo “ipotizzata”), ad un decorso e ad un esito. Quando il complesso sindromico acquisisce particolari ed omogenee caratteristiche di decorso (inoltre è stabile in contesti socioculturali diversi, risponde in modo omogeneo al trattamento ecc.) oppure è riconducibile a supposti o documentati fattori causali etiopatogenetici, allora si può effettuare la diagnosi (sindromica o etiologica) di entità nosografica. Il processo diagnostico è fondamentale per la formulazione della prognosi e per la scelta del piano terapeutico. La disciplina che, attraverso il rilievo e la valutazione di segni e sintomi, consente di giungere alla formulazione diagnostica è la semeiotica. La semeiotica psichiatrica nasce con la psichiatria biologica, facendo riferimento al modello psicopatologico dell’allora vigente indirizzo clinico-descrittivo e nosografico. Lo strumento fondamentale, di cui si serve la semeiotica psichiatrica, è il colloquio, mediante il quale il medico psichiatra può:

  • instaurare col paziente una relazione di fiducia;
  • raccogliere i dati anamnestici;
  • effettuare un esame obiettivo psichiatrico.

Comunque la metodologia semeiologica usata per rilevare e valutare segni e sintomi, ai fini della formulazione diagnostica, varia in funzione della teoria della personalità e del modello di psicopatologia a cui fa riferimento.

Tali modelli teorici si sono evoluti, nel corso degli anni, parallelamente all’evoluzione della stessa scienza psichiatrica.

PSICOPATOLOGIA PRE-SCIENTIFICA

La psichiatria primitiva, tuttora attuale in determinati spazi geografici e culturali, fa riferimento ad un modello psicopatologico prevalentemente inconscio, corrispondente alla fase simbiotico-indifferenziata dello sviluppo dell’uomo (Sé inconscio).

Essa presenta però alcuni aspetti positivi, che necessitano a nostro avviso di essere rivalutati. Tra di essi fondamentale è la dimensione spirituale come punto di riferimento per l’immagine dell’uomo e per l’interpretazione della sofferenza e della malattia, e soprattutto l’aspetto di sacralità dell’arte terapeutica.

L’anima veniva considerata come l’essenza profonda dell’uomo, come un vero e proprio centro unificatore, che mantiene la personalità umana sana, unita e coesa in se stessa. La malattia mentale era considerata come una condizione di assenza dell’anima (oggi diremmo assenza del Sé), determinata da fattori diversi, per lo più di origine sovrannaturale. La terapia effettuata era in relazione alle interpretazioni etiologiche ipotizzate (Sarteschi, Maggini, 1982, p. 1012), tra cui:

  • introduzione di un oggetto-malattia: la terapia consisteva nell’estrazione dell’oggetto;
  • assenza dell’anima: la terapia veniva intesa come recupero, richiamo e restituzione dell’anima perduta;
  • introduzione di uno spirito, di un demone (possessione demoniaca): la terapia è intesa come esorcismo, estrazione del demone, trasferimento del demone in un altro essere vivente;
  • infrazione di un tabù, colpa, peccato: la terapia veniva intesa come confessione e remissione dei peccati;
  • stregoneria, maleficio, fattura, magia nera: la terapia è intesa come magia bianca, che si contrappone al maleficio, ripara e risana.

La terapia aveva il significato generale di tendere a riportare l’anima nel soggetto. Tale scopo veniva raggiunto mediante la restituzione all’uomo paziente delle sue dimensioni fondamentali:

  • dimensione orizzontale, di relazione con gli altri, partecipazione e integrazione con la collettività. L’uomo malato non veniva emarginato, ma al contrario tutta la collettività era presente e partecipava al suo processo di guarigione e reinserimento sociale. Veniva usata la capacità della collettività di assorbire e metabolizzare la sofferenza dell’uomo malato;
  • dimensione verticale, di contatto col divino e col cosmo, che permette all’uomo malato di riconciliarsi con Dio; il fine era quello di far assorbire e metabolizzare la sofferenza del paziente a livello cosmico e universale. Ciò poteva avvenire mediante l’ausilio di una figura intermediaria tra l’umano e il divino (sciamano, sacerdote, stregone, esorcista ecc.).

Ciò significa che l’arte terapeutica c.d. primitiva si identificava con la capacità di restituire all’uomo che soffre la sua anima e con essa la sua dimensione di sacralità, mediante l’intervento di figure di alto livello spirituale e con la partecipazione rituale di tutta la collettività sociale.

PSICOPATOLOGIA CLASSICA (CLINICO-DESCRITTIVA E NOSOGRAFICA)

Tale modello nasce nell’800 ed è caratterizzato dalla descrizione dei fenomeni psicopatologici, così come li descrivono i pazienti stessi e così come può descriverli il terapeuta in base alla sua osservazione. Tale teoria psicopatologica necessita di una astrazione-disarticolazione artificiosa della vita psichica dalla soggettività umana e dall’insieme della personalità, una sua suddivisione in funzioni psichiche, la rilevazione delle alterazioni di tali funzioni (segni e sintomi), il loro raggruppamento in complessi sintomatici o sindromi, la loro valutazione e sistematizzazione nosografica. Questo modello segna l’inizio della psichiatria c.d. scientifica e si distingue per il suo atteggiamento di rinuncia al sovrannaturale e per il tentativo di interpretare e curare le malattie mentali in modo naturale. Nello sforzo di proporsi come scienza, la psichiatria si è servita degli stessi metodi (quantitativi, statistici e sperimentali) usati per le scienze naturali, riducendo così la soggettività umana solo a ciò che era riscontrabile oggettivamente, in altre parole al corpo ed al comportamento. Pertanto il modello psicopatologico classico si fonda essenzialmente su di una interpretazione fisico-biologica dei disturbi psichici (indirizzo medico-biologico-organicistico della psichiatria, che si caratterizza anche come clinico-descrittivo-nosografico). Questo modello culmina nell’opera di Kraepelin, che impostò una rigorosa classificazione nosografica, che costituisce tuttora un importante punto di riferimento e di partenza per tutti gli studi psichiatrici, e successivamente di Bleuler, che proseguì il lavoro di Kraepelin ed introdusse il termine di schizofrenia.

L’indirizzo medico-biologico della psicopatologia e della psichiatria ha avuto in seguito importanti sviluppi nel campo delle terapie fisiche e farmacologiche.

PSICOPATOLOGIA FENOMENOLOGICO-ESISTENZIALE

Questo modello nasce nel 1913 con la pubblicazione dell’opera di Karl Jaspers Psicopatologia Generale.

Jaspers, facendo propria la lezione di Dilthey, che aveva operato una distinzione tra lo spiegare delle scienze della natura (secondo il principio di causalità) e il comprendere delle scienze dello spirito (secondo il principio di motivazione), ed accogliendo i principi della filosofia fenomenologica di Husserl, tesa ad osservare e cogliere i fenomeni nel come si manifestano e si rivelano nella loro essenza, elaborò una psicopatologia fenomenologica caratterizzata dalla possibilità di comprendere i vissuti soggettivi (Erlebt) del paziente, mediante un atteggiamento di partecipazione empatica da parte del terapeuta (Einfuhlung).

Si tratta dunque di una psicopatologia soggettiva, il cui limite è costituito dal muro di incomprensibilità dei fenomeni psicotici, per i quali dovette ricorrere ad una spiegazione causale, propria delle scienze della natura. Tali limiti sono stati poi superati nel 1955 da Ludwig Binswanger, che rifacendosi all’intenzionalità della coscienza di Brentano ed alla fenomenologia di Husserl, ma soprattutto alla filosofia esistenziale di Heidegger (essere nel mondo), ha fondato una psicopatologia esistenziale, a cui ha dato il nome di Daseinsanalyse. La psicopatologia di Binswanger supera le dicotomie tra l’Io e il mondo, tra norma e devianza, tra salute e malattia, descrivendo i vari modi di essere-nel-mondo come possibilità dell’esistenza umana, astenendosi da giudizi di valore ed attribuendo a tutti i tipi e stili di esistenza, anche al modo alienato e psicotico di essere nel mondo, una sua norma ed una sua significatività. Questo approccio psicopatologico fenomenologico-esistenziale va oltre sia quello clinico-descrittivo e nosografico della psichiatria biologica, che nel tentativo di oggettivare spersonalizzava l’esserci della presenza umana, sia quello fenomenologico soggettivo della psicopatologia di Jaspers, il cui soggettivismo si fermava di fronte all’incomprensibilità dei fenomeni psicotici.

PSICOPATOLOGIA PSICODINAMICA (PERSONALE)

Questo modello nasce alla fine del XIX secolo con le concezioni di Janet e soprattutto di Freud e del movimento psicoanalitico. Inizialmente osteggiato dalla psichiatria ufficiale, si è gradualmente affermato fino a permeare in misura sempre maggiore la cultura psichiatrica attuale, sia nei suoi aspetti teorico-conoscitivi sia nella sua prassi quotidiana. Secondo tale modello la vita psichica è concepita come un gioco dinamico di forze (concezione dinamico-energetica), quali pensieri e rappresentazioni ma soprattutto fattori emotivo-affettivi e istintuali, situati nella coscienza, ma per la maggior parte nella dimensione inconscia (concetto di inconscio), i quali interagiscono tra loro e determinano le manifestazioni psicopatologiche (concetto della psicogenesi della psicopatologia). Viene data notevole importanza alla storia reale o fantasmatica dell’infanzia (concezione dei conflitti inconsci infantili non risolti). I sintomi sono considerati come una forma di compromesso tra i conflitti inconsci e i meccanismi di difesa dell’Io. Il trattamento elettivo dei disturbi psicopatologici è costituito dalla psicoterapia (o cura con mezzi psichici) che permette di realizzare una presa di coscienza (o insight) dei conflitti inconsci specie attraverso l’analisi della loro riedizione nel rapporto tra terapeuta e paziente (transfert). Il modello psicopatologico psicodinamico non si identifica comunque con la psicoanalisi, ma con tutti gli orientamenti che, pur originatisi sulla base del tronco psicoanalitico, se ne sono anche notevolmente diversificati, mantenendo comunque la concezione dinamico-energetica di fondo della vita psichica, le sue manifestazioni coscienti e inconsce e la loro influenza sui fenomeni psicopatologici. Il movimento psicoanalitico nella sua diffusione è andato incontro a dissidenze e scissioni (Adler, Jung, Rank, Reich); si è sviluppato secondo una linea ortodossa nella psicologia dell’Io (Hartmann) e in quella delle relazioni oggettuali (Bion, Klein, Kohut); si è esteso, con alcune modificazioni, nella dimensione interpersonale e socio-culturale (Fromm, Horney, Sullivan), in quella relazionale familiare e sociale (Bateson, Lidz, Palazzoli-Selvini, Watz-lawick ecc.), fino alla contestazione politica e al movimento c.d. antipsichiatrico (Basaglia, Cooper, Laing, Szaz ecc.); inoltre ha esteso le sue applicazioni nella direzione dell’infanzia (Bettelheim, Bowlby, Erikson, Anna Freud, Klein, Mahler, Spitz, Stern ecc.) e in quella specifica del trattamento delle psicosi (Arieti, Bion, Federn, Fromm-Reichmann, Klein, Laing, Rosen, Sechehave, Sullivan ecc.).

PSICOPATOLOGIA INTERPERSONALE E SOCIALE

Questo modello psicopatologico nasce negli USA intorno agli anni Trenta, in seguito all’affermarsi delle teorie sociologiche e della psicologia sociale e della revisione culturalista della psicoanalisi (Fromm, Horney, Sullivan); pro- segue poi negli anni Cinquanta con le osservazioni sulle influenze determinanti delle figure genitoriali sui bambini (vedi il concetto di madre schizofrenogena della Fromm-Reichmann e quello di madre perversa di Rosen); affonda poi le sue radici nella teoria generale dei sistemi (Von Bertalanfy) e nella teorie della comunicazione (Watzlawick) e si sviluppa nella Scuola di Palo Alto con gli studi sulla psicopatologia della comunicazione (Bateson, Jackson ecc.). In Europa la diffusione della cultura psicodinamica e di quella fenomenologico-esistenziale ha determinato gradualmente, a partire dagli anni Cinquanta (in Inghilterra e in Francia) e a partire dagli anni Sessanta (in Italia), il recupero della dimensione umanistica e il graduale spostamento dell’ottica psicopatologica da una concezione biologico-individualistica ad una psicologica e relazionale. Sono derivati mutamenti importanti nel campo operativo psichiatrico, quali lo sviluppo della psichiatria di settore, la nascita delle comunità terapeutiche (Jones, Laing), la psicoterapia istituzionale, lo sviluppo delle terapie familiari e relazionali, il movimento antipsichiatrico con la contestazione delle istituzioni manicomiali (Basaglia, Cooper, Laing), la politica psichiatrica e la Legge 180 in Italia, lo spostamento dell’ottica dell’intervento psichiatrico dalle istituzioni al territorio, l’affermarsi della psichiatria di comunità con i suoi corollari (le strutture intermedie, le visite ambulatoriali e domiciliari, la diminuzione dei tempi di degenza ospedaliera, le equipe multidisciplinari, le microequipe operative territoriali, l’intervento riabilitativo, i progetti individualizzati ecc.), lo sviluppo infine della psicologia e psichiatria transculturale. Il modello psicopatologico interpersonale e sociale si fonda in generale sull’interpretazione dei fenomeni psicopatologici come causati dalla “oppressione cosciente o inconscia dell’uomo sull’altro uomo” (Alberti, 1997, p. 22). Per esempio viene data notevole importanza non tanto ai vissuti fantasmatici dei conflitti infantili (Freud, Klein ecc.), quanto alle distorsioni reali sia dei rapporti interpersonali bambino-genitori e sia di quelli tra individuo e ambiente socio-culturale (Bateson, Fromm-Reichmann, Jackson, Laing, Lidz, Kohut, Miller, Sullivan ecc.).

PSICOPATOLOGIA TRANSPERSONALE

Questo modello si diffonde intorno agli anni Sessanta, come sviluppo della psicologia umanistico-esistenziale americana (Allport, May, Rogers ecc.) e come integrazione con la psicologia orientale, soprattutto per merito di

Maslow, che, in un’opera del 1962, propone quella che lui chiama una quarta psicologia (dopo quella behavioristica, quella psicoanalitica e quella umanistica), una psicologia che lui definisce come “più elevata, trans-personale, trans-umana, incentrata sul cosmo anziché sui bisogni e sull’interesse umano, oltrepassante la condizione umana, l’identità, l’autorealizzazione …” (Maslow, 1962, p. 6). Sulla base di questo modello si tende a superare sia la concezione dell’Io individuale sia quella relazionale limitata all’Io-Tu (esperienza del Noi), per ricercare una trascendenza di tutta la dimensione umana mediante quella che Assagioli, Jung, Wilber ed altri chiamano l’esperienza del Sé. La psicopatologia deriverebbe dalla rimozione delle potenzialità di trascendenza dell’ego, presenti in ogni essere umano. Essa fa riferimento alla tendenza evolutiva dell’uomo ed al suo procedere da un inconscio istintivo e tellurico verso una dimensione supercosciente e spirituale, nel cui ambito risiedono valori e significati. I maggiori rappresentanti di questo modello psicologico, e della teoria psicopatologica che ne deriva, sono appunto Maslow (psicologia transpersonale o della quarta forza), Assagioli (studi sui rapporti tra autorealizzazione e disturbi psichici), Frankl (analisi esistenziale e logoterapia), Tart (studi sugli stati alterati di coscienza), Grof (studi sulle emergenze spirituali), Ram Dass (alias Richard Alpert, studioso dello sviluppo della coscienza e delle filosofie spirituali dell’oriente), Laing (studi sui rapporti tra psicosi e trascendenza), Wilber (studi sullo spettro della coscienza).

PSICOPATOLOGIA PSICOSINTETICA (OLISTICA)

“Quando si parla di psicosintesi, si parla sempre di ‘completezza’ [. . .]

La psicosintesi è totalità”. R. Assagioli

Il modello psicosintetico della psicopatologia fa riferimento ad una teoria della personalità umana dinamica e integrale che tiene conto di tutti i contributi positivi (accertati nella loro validità ed utilità) dei vari modelli teorici, unificandoli in una concezione unitaria e sintetica. Tale modello pone le sue fondamenta su quella che è stata chiamata la quinta forza della psicologia o psicoenergetica (Assagioli, 1973c), e pone nei concetti di sintesi e di relazione il punto di riferimento e di orientamento, la propria mèta evolutiva ed i suoi valori fondamentali. Questa tendenza ha solide basi scientifiche, in quanto deriva dai progressi della fisica moderna, dalla teoria della relatività di Einstein alla teoria quantistica, mediante le quali si è accertato che la materia è uno stato speciale di energia, si è superato il dualismo della filosofia razionalista cartesiana e ci siamo inoltrati verso una nuova immagine dell’uomo, della vita e dell’universo. In questa nuova visione della vita tutto è interconnessione e interdipendenza, potremmo dire tutto è relazione, e quindi anche relativo, la materia non esiste con certezza in luoghi e tempi definiti e può dissolversi in onde di probabilità, la realtà di un oggetto non può essere separata dal pensiero e dalla coscienza del soggetto che l’osserva, il mondo non è immutabile, determinato e meccanicistico, ma una realtà in continuo divenire, cambiamento e trasformazione. Così il principio di indeterminazione di Heisenberg e il principio di complementarietà di Bohr sembrano dimostrare che niente esiste di per sé, che la separazione non esiste e che la realtà muta a seconda del tipo di relazione ed è inscindibile dalla relazione stessa. La parte esiste solo in funzione e relazione col tutto (di cui è parte partecipe). Come afferma anche Capra, il concetto di parte separata può essere considerato come un’approssimazione: essa non esiste di per sé, ma semplicemente presenta una tendenza ad esistere (Capra, 1975). Assagioli, con la sua ultima proposta della psicoenergetica (1 973b), suggeriva di andare oltre anche la stessa ottica transpersonale, proponendo una scienza psicologica integrale, che studiasse le interazioni di tutti i tipi di energia da quelle biologiche a quelle psicologiche, da quelle fisiche a quelle spirituali, sia a livello microcosmico che macrocosmico (dall’atomo all’universo intero). In tal modo Assagioli evitava di sconfinare e di perdersi in una dimensione spirituale troppo trascendente e scollegata dalla vita, reintegrando la materia e la corporeità nella dimensione spirituale stessa e prospettando la psicosintesi come una visione integrale e dinamica dell’uomo e del cosmo. Introduceva così, similmente a quanto avevano cercato di fare Mère e Sri Aurobindo (Satprem, 1970), una nuova concezione della spiritualità: la dimensione spirituale non è qualcosa di veramente distaccato e trascendente rispetto alla vita, ma è semplicemente un’energia profondamente umana, in relazione dinamica con tutte le altre energie vitali del mondo.

Ciò significa, a nostro avviso, che la spiritualità vera e autentica coincide con la totalità e la completezza, cioè con l’esserci totale, non solo dell’uomo in tutte le sue modalità personali di esserci (fisico-biologica, psicologica e spirituale), ma anche dell’uomo nella sua modalità di esserci in relazione con tutto ciò che è vita: potremmo definire tutto ciò come un esserci in relazione e totalmente. “Si delinea così una prospettiva ecologica e interdipendente della vita, nell’ambito della quale la malattia potrebbe venire a configurarsi come una deviazione dell’uomo non solo dalla propria struttura e funzione, ma anche dalla propria condizione di relazione e interdipendenza col tutto. La malattia insomma si identificherebbe con lo stato di separazione, che non va inteso come un reale distacco, ma come perdita della coscienza di far parte della totalità, come solitudine (e staticità) e come organizzazione erronea e patologica della sofferenza [. . .] La terapia diventerebbe così terapia della solitudine e si configurerebbe prima di tutto come il rifluire della vita in un rapporto dialettico, cioè come dialogo, od anche semplicemente come consolazione [. . . ed acquisterebbe] il significato profondo di [. . .] restituzione della capacità di fluire nella relazione e di recupero della condizione (sentimento) di interdipendenza col tutto ” (Alberti, 1997, p. 26). L’essenza dell’uomo parrebbe dunque dover essere ricercata non in qualcosa di immobile, statico e immutabile, ma nella relazione di ogni parte col tutto e del tutto con ogni parte, dove forse non esiste un’essenza ferma nel tempo e nello spazio, ma mobile ed in continuo cambiamento, in funzione della relazione, dove tutto è in continua e incessante trasformazione, e dove forse, proprio nel lasciarsi fluire nello stesso fluire trasformativo della vita possiamo intravedere-sfiorare-cogliere il nostro Sé.

PSICODIAGNOSTICA PSICOSINTETICA

METODOLOGIA GENERALE

Formulare una diagnosi del disturbo psichico può essere molto complesso: innanzi tutto perché questa non può essere disgiunta dalla teoria della personalità, cui si fa riferimento per stabilire i criteri di salute e malattia (e le teorie sono tante e in continua evoluzione), e poi perché la raccolta dei dati necessari è difficile e richiede tempo. La metodologia generale della psicodiagnostica psicosintetica si svolge, facendo riferimento fondamentalmente a quattro aspetti o fasi, tenendo comunque sempre presente che si tratta di momenti metodologici non nettamente distinti tra loro (né da un punto di vista spaziale, né da quello temporale), esistendo aree di transizione tra l’uno e l’altro, e non susseguendosi in modo preciso nel tempo (potendo procedere parallelamente od anche in modo diverso). Tale variabilità dipende da vari fattori, tra cui per esempio il carattere di urgenza (o meno) della richiesta di intervento, le modalità di comunicazione del paziente, il tipo di approccio metodologico del terapeuta, le sue caratteristiche di personalità, la stessa correlazione dinamica e interdipendenza spazio-temporale di questi aspetti, altri fattori contingenti. È utile inoltre ricordare che la valutazione diagnostica non è mai un punto di arrivo, ma è parte indispensabile di un percorso che si snoda nell’arco del lavoro terapeutico. Come scrive M. Rosselli: “(. . .) la fase di valutazione è iniziale nel processo, ma allo stesso tempo avviene attraverso tutto il processo, se lo si può vedere coinvolto anche nella direzione della vita umana, ed è una scoperta graduale sia della guida che della persona seguita, all’interno dello scambio del loro rapporto” (Rosselli M., 1991, p. 14).

Fatta questa premessa, tali aspetti o fasi della psicodiagnostica psicosintetica sono:

  • ricostruzione storico-biografica (anamnesi);
  • esame psicopatologico di stato;
  • esame globale della personalità;
  • valutazione esistenziale

Questi diversi aspetti vengono indagati prevalentemente con gli stessi mezzi d’indagine (per es. il colloquio, l’autobiografia, l’osservazione delle modalità comportamentali ecc.), perché queste tecniche, diversamente orientate, possono via via cogliere i disturbi psichici, gli aspetti sani della personalità, i valori, i conflitti esistenziali ecc. Inoltre è bene ricordare che non esiste una distinzione netta tra mezzi d’indagine diagnostica e tecniche terapeutiche poiché:

  • la stessa tecnica ha la duplice funzione di dare informazioni e aiuto terapeutico (prima fra tutte il colloquio);
  • gli incontri necessari alla valutazione iniziale sono già qualitativamente parte di un percorso di cura;
  • esaurita la fase della valutazione iniziale, nel progredire del piano terapeutico, la valutazione dei diversi aspetti della vita psichica del paziente continua come verifica del lavoro che terapeuta e paziente stanno svolgendo e come stimolo alla correzione e miglioramento dello stesso piano terapeutico.

I mezzi d’indagine più usati in psicosintesi sono:

  • il colloquio (sicuramente il più importante);
  • la lettura delle modalità comportamentali;
  • l’analisi delle reazioni del terapeuta nel rapporto con il paziente;
  • la scrittura dell’autobiografia e del diario;
  • l’inventario dei conflitti, complessi, aspirazioni, aspetti superiori, delle subpersonalità;
  • l’analisi dei sogni, delle immaginazioni guidate, del disegno libero, di alcune tecniche corporee;
  • infine i questionari e i test proiettivi che possono dare informazioni anche molto specifiche sui diversi aspetti che si cerca di comprendere.

“Ogni psicosintetista può scegliere i mezzi d’indagine che gli sono più consoni e che ritiene più utili per quella persona, perché anche la scelta delle tecniche segue le indicazioni di Assagioli sulla necessità di una ‘psicologia differenziale’ nei suoi aspetti di teoria della personalità, processo diagnostico e tecniche di indagine e intervento” (Favero 2002, p. 14).

RICOSTRUZIONE STORICO-BIOGRAFICA (ANAMNESI)

Fino a non tantissimi anni fa i malati psichiatrici venivano ancora internati negli ospedali psichiatrici (manicomi): la conseguenza della terapia istituzionale psichiatrica era l’induzione di una forma di “psicosi istituzionale” (che si aggiungeva a quella personale, per la quale erano stati ricoverati) e, non meno importante, di un processo involutivo-regressivo di destoricizzazione, per cui il soggetto perdeva completamente la sua identità individuale, familiare e sociale, e veniva risucchiato in un legame simbiotico con l’istituzione. Egli perdeva completamente la sua storia, a tal punto che non solo egli stesso non sapeva più che era, da dove veniva e tanto meno dove andava, ma neppure il personale dell’istituzione psichiatrica, che avrebbe dovuto avere il compito di curarlo e riabilitarlo, aveva ben chiaro chi fosse e da dove venisse. Sapeva forse solo dove andava, o meglio dove sarebbe restato per semprei. L’evoluzione attuale della scienza psichiatrica, riconoscendo e rivalutando la dignità della soggettività umana, sempre presente al di là della psicopatologia da cui ciascuno può essere affetto, sembra oggi essere in grado di restituire all’uomo la sua umanità, riconsegnandogli la sua esistenza storica e le sue dimensioni temporali (passato, presente e futuro). L’intervista psicopatologica psicosintetica si propone lo scopo di una ricostruzione dell’identità storico-biografica generale del paziente (seguendo in linea di massima un ordine cronologico), con particolare attenzione agli eventi chiaramente psicopatologici ed a quelli ritenuti traumatici e potenzialmente patogeni in senso psicopatologico, ma ponendo anche molta attenzione agli eventi sani e potenzialmente evolutivi, tendenti alla crescita ed alla maturazione. Tale intervista avviene principalmente attraverso lo strumento del colloquio, che deve in generale privilegiare un tono flessibile-colloquiale (anziché di tipo inquisitorio), data l’importanza fondamentale e l’utilità pratica di instaurare col paziente un rapporto terapeutico di fiducia e data anche la mancanza di precisi e distinti confini tra la fase specificamente diagnostica e quella terapeutica. Il colloquio è lo strumento principale per la raccolta dei dati storico-biografici, ma risulta assai utile la sua integrazione con la richiesta al paziente di un’autobiografia scritta, in quanto molte persone hanno difficoltà ad esprimersi verbalmente in un rapporto interpersonale e si trovano più a loro agio a comunicare per iscritto, senza la presenza dello psicoterapeuta-intervistatore. Quando la richiesta di consulenza arriva direttamente al professionista da un adulto in grado di fornire tutte le informazioni necessarie, questi rimane generalmente l’unica fonte da intervistare. Invece nei casi in cui la richiesta di consulenza venga posta da altre figure, nel caso della consulenza con un minore o con una persona gravemente disturbata, è utile e talvolta indispensabile (cercando sempre di avere il consenso del paziente e tenendo conto dei criteri di delicatezza, riservatezza) poter raccogliere le informazioni da più fonti, per cui ci si serve in generale di più tipi e modalità di colloquio:

  • colloquio (uno o più) individuale col paziente;
  • colloquio separato con i familiari;
  • colloquio con l’intero nucleo familiare;
  • colloquio col medico curante;
  • altro (forze dell’ordine, vicini di casa, amici ecc.).

In generale nel primo colloquio (individuale) è bene non richiedere al paziente troppe informazioni (ai fini anamnestici), in quanto è assai più importante porsi in atteggiamento recettivo e di ascolto (ai fini di una diagnosi empatica e di risonanza) e cercare di instaurare una relazione spontanea e di fiducia (ai fini di una comprensione più profonda e di una formulazione nell’immediato di un generico e provvisorio piano terapeutico). Le informazioni iniziali possono essere rimandate ad un secondo o ulteriore colloquio (anche ai fini di evitare un possibile influenzamento-condizionamento dell’ascolto puro-recettivo del primo colloquio), oppure, ove ne esista l’indicazione e la possibilità, essere raccolte da altri (familiari, medico curante ecc.)ii. La raccolta di una anamnesi e di una biografia completa richiederebbe una enorme quantità di tempo (è poi evidente che dati molto importanti vengono manifestati solo a terapia avanzata) e non risponderebbe alle necessità diagnostiche, per cui le aree da indagare devono essere limitate.

Le aree più importanti possono essere distinte in relazione alla dimensione temporale:

1. PRESENTE

a. Informazioni generali
b. Modalità di invio

2. PASSATO

a. Anamnesi familiare
b. Ricostruzione della storia personale
c. Ricostruzione della storia patologica
d. Eventi significativi: traumatici o potenzialmente patogeni (infanzia e adolescenza)

3. FUTURO

a. Progetti futuri
b. Orientamento verso valori e significati

ESAME PSICOPATOLOGICO

L’esame psicopatologico mira all’individuazione dei disturbi psichici principali, attraverso l’instaurazione di una relazione terapeutica, l’osservazione clinica e l’ascolto empatico della sofferenza del paziente. Molto importante, a tale scopo, si rivela essere l’atteggiamento terapeutico, sempre meno distante ed al contrario più presente e partecipante della situazione esistenziale del paziente: atteggiamento questo, che è stato definito storicamente con i termini di immedesimazione (Gruhle), intuizione (Minkowski), partecipazione (Jaspers). A tale fine inoltre, si tende oggi a dare sempre maggior rilievo all’osservazione attenta delle reazioni emotive e cognitive che il paziente suscita nel terapeuta, in altre parole all’analisi del controtransfert (scuola freudiana, junghiana, kleiniana ecc.). Nella scuola psicosintetica, ai fini della comprensione diagnostica psicopatologica, si dà notevole importanza alla relazione terapeutica, ed in particolare a specifici atteggiamenti, quali:

  • l’empatia: capacità del terapeuta di entrare in contatto profondo con i vissuti del paziente, mettersi nei suoi panni, immedesimarsi in lui;
  • la risonanza: atteggiamento del terapeuta di lasciare che la sofferenza del paziente entri dentro di sé, al fine di ascoltarla al proprio interno, osservarla, viverla e curarla in se stesso.

Il paziente infatti inizialmente è identificato con la sua sofferenza e/o malattia, per cui l’insieme dei segni e sintomi che presenta costituiscono la sua principale preoccupazione. Egli soffre anche perché si sente solo nella sua situazione di disagio, per cui ricerca una relazione, mediante la quale poter comunicare e porre in dialogo il suo problema, al fine di ricevere comprensione, sollievo e condivisione, e poter sperare di essere realmente aiutato. L’instaurazione di un rapporto terapeutico di fiducia costituisce pertanto di per sé un primo e immediato intervento terapeutico, in quanto cura della sua condizione di solitudine e di isolamento (cura della solitudine). La prima comunicazione spontanea da parte del paziente è dunque la sua stessa sofferenza, i suoi sintomi, le sue ansie, i suoi conflitti, i suoi problemi, la sua patologia. Ecco perché la prima fase diagnostica, intersecandosi con i bisogni terapeutici, si presenta spontaneamente e naturalmente come una forma di comunicazione e ascolto della psicopatologia. Questa fase o aspetto della psicodiagnostica psicosintetica, pur dando la massima importanza alla relazione terapeuta-paziente ed alle risonanze soggettive dei vissuti, è comprensiva anche dell’esame obiettivo psichiatrico classico e dà anche notevole risalto ai tentativi di autodiagnosi effettuati dal paziente (auto-empatia) ed ai suoi tentativi spontanei di risoluzione (autoterapia). Lo strumento principale per effettuare l’esame delle condizioni psicopatologiche attuali e giungere (integrando i dati raccolti con quelli storico-anamnestici) ad una diagnosi psicopatologica è il colloquio, mediante (e durante) il quale, oltre che raccogliere l’anamnesi, si può:

  • instaurare un rapporto terapeuta-paziente di fiducia;
  • raccogliere, decifrare e comprendere i vissuti psicopatologici soggettivi in modo indiretto attraverso la capacità di empatia del terapeuta e il loro effetto di risonanza nel terapeuta, che può così osservarli in se stesso;
  • raccogliere i vissuti psicopatologici soggettivi mediante:
    – l’ascolto di quanto compreso (auto-empatia), descritto e riferito dal paziente e da lui comunicato mediante la parola;
    – l’osservazione di quanto comunicato dal paziente per vie extraverbali inconsce (attraverso la mimica e la gestualità);
    – raccogliere i dati psicopatologici oggettivi direttamente mediante l’osservazione clinica (esame psicopatologico obiettivo).

L’esame psicopatologico obiettivo corrisponde all’esame obiettivo psi-chiatrico classico e può essere definito come “l’insieme delle osservazioni che l’esaminatore registra direttamente [. . .] sui modi di funzionamento intellettivo, emotivo, comportamentale (dell’intervistato) [. . .] è una sorta di metaosservazione che il medico fa sulle modalità del colloquio mentre il colloquio si svolge” (Faravelli, 1994, p. 85).

Tale esame richiederebbe, in generale, l’esplorazione sistematica di tutte le funzioni psichiche (anche se in pratica ci si rivolge all’approfondimento dell’osservazione solo di quelle funzioni evidenziate come compromesse durante il primo colloquio). Vengono pertanto esplorati:

  • atteggiamento generale del paziente verso il terapeuta;
  • aspetto generale, abbigliamento;
  • mimica e attività motoria;
  • linguaggio;
  • stato di coscienza, orientamento temporo-spaziale;
  • sensopercezioni;
  • memoria, attenzione;
  • capacità intellettive;
  • strutturazione e forma del pensiero;
  • contenuto del pensiero;
  • emozioni, affettività;
  • coscienza di malattia, critica.

Un secondo importante strumento per la diagnosi psicopatologica dello stato attuale del paziente è l’osservazione del comportamento, teso ad evidenziare in generale disturbi della condotta nei rapporti interpersonali, disturbi del comportamento alimentare, condotte auto e/o etero-aggressive, disturbi del comportamento sessuale ecc.; le alterazioni comportamentali, specie quelle meno costanti, possono facilmente non essere evidenziate nell’arco di un semplice colloquio, per cui tale osservazione (per essere più ampia e attendibile) dovrebbe essere effettuata integrando visuali diverseiii:

  • setting del colloquio individuale (osservazione clinica da parte del medico psichiatra o dello psicoterapeuta durante il colloquio);
  • struttura ospedaliera (SPDC, ed altri reparti dell’ospedale generale: osservazione da parte del personale infermieristico);
  • struttura intermedia residenziale o diurna (osservazione da parte degli educatori professionali della riabilitazione e del personale ausiliario);
  • ambito familiare (osservazione spontanea da parte dei familiari);
  • ambito sociale e lavorativo (osservazione da parte dell’assistente sociale, unita a quelle spontanee degli amici, dei colleghi e datori di lavoro e in generale della collettività sociale).

Un altro strumento ausiliario, frequentemente utilizzato, è costituito dai test strumentali psicodiagnostici. Infine, per un esame psicopatologico completo, è necessario anche effettuare un esame internistico e neurologico, al fine soprattutto di escludere eventuali patologie organiche. Mediante queste modalità si possono raccogliere dati e vissuti delle esperienze abnormi, descrivere i vari sintomi psicopatologici (per lo più nei termini di alterazioni delle singole funzioni psichiche), e classificare le molteplici manifestazioni psicopatologiche facendo riferimento ad un modello teorico scientificamente accettabile. I più usati sono: l’ICD-10 (elaborato dall’OMS), che è il sistema di classificazione ufficiale in Europa, e il DSM-IV (elaborato dall’American Psychiatric Association), che è il sistema di classificazione ufficiale in USA (attualmente il più diffuso, conosciuto ed utilizzato a livello internazionale). Di fronte alla complessità della diagnosi del disturbo psichico, il DSM-IV ha tentato di costruire un linguaggio che potesse includere diversi approcci teorici e diverse professionalità, in modo da poter essere utilizzato dal maggior numero di operatori che si occupano di disagio psichico. Questo contributo del DSM-IV viene solo parzialmente accettato e condiviso in Psicosintesi per diversi motivi spiegati da Alberti (1997, pp. 96-97) e che possiamo riassumere così:

  • è in linea con l’atteggiamento psicosintetico per ciò che riguarda la ricerca di un linguaggio comune necessario;
  • introduce il passaggio dal termine malattia a quello di disturbo; ciò concorda pienamente con quanto teorizzato dalla Psicosintesi, che pensa alla persona come ad un individuo potenzialmente sano, che può avere dei disturbi, e che comunque può maturare, evolvere, trasformare la sua sofferenza;
  • consente la formulazione su più piani di valutazione, con diversi gradi di gravità, e permette di fare diagnosi multiple nello stesso paziente, caratteristiche che ben si accordano con il concetto di molteplicità della personalità secondo la Psicosintesi;
  • ha però i limiti di una diagnostica eccessivamente descrittiva; si ha l’impressione di una mancanza di punti di riferimento più unitari; si perde forse, nella molteplicità descrittiva dei particolari, il senso dell’insieme;
  • in Psicosintesi si prende sì atto della complessità dell’animo umano, ma anche della necessità di Centri unificatori, affinché la molteplicità trovi il suo ordinamento in una sintesi organica; da questo punto di vista il DSM-IV deve essere considerato solo come un punto di partenza: una molteplicità che ricerca la sua unità.

ESAME GLOBALE DELLA PERSONALITÀ

Parallelamente all’esame psicopatologico è necessario effettuare un ampio esame della personalità del paziente, che sia il più possibile completo e che non si limiti agli aspetti morbosi e psicopatologici, ma si estenda a tutta la psiche, compresi gli aspetti sani e superiori. La psicopatologia non può essere artificiosamente separata e prescindere dalla totalità psichica. È principio fondamentale della Psicosintesi che la parte può essere compresa ed avere significato solo in relazione al tutto. Per poter effettuare questo esame ampio della personalità è necessario poter fare riferimento ad un adeguato modello teorico della personalità, che sia il più possibile elevato e profondo, ampio e inclusivo, dinamico e integrale. Per Assagioli l’essere umano è un organismo biopsicospirituale dotato di strutture comuni agli altri esseri e di caratteristiche peculiari che rendono unico ogni individuo, dotato di forza vitale e di autoconsapevolezza, che lo spingono ad organizzare la sua esistenza verso l’autorealizzazione armoniosa di sé e del mondo. La personalità è la risultante dinamica, in continuo cambiamento, del viaggio che l’individuo ha compiuto dal suo concepimento ad oggi, del modo in cui ha interagito con l’ambiente che ha incontrato, con le sue possibilità e con i suoi ostacoli, e della direzione che sta perseguendo nel presente, per il suo futuro e per la sua autorealizzazione. La personalità non è dunque appresa, né statica; l’individuo è attivo costruttore della sua vita, e può quindi, anche quando presenta seri disturbi psichici, essere aiutato a far maturare le sue qualità, a cercare il superamento degli ostacoli interni ed esterni alla sua evoluzione. Su questo si basa la fiducia della terapia psicosintetica.

Per descrivere la personalità utilizziamo diverse mappe, consapevoli dei limiti nell’adottare questi schemi, comunque utili per procedere nelle valutazioni necessarie alla formulazione di una prognosi e di un piano terapeutico per quella specifica persona.

Ne indichiamo sette, che ci sembrano le più essenziali secondo l’ottica psicosintetica:

  • ampiezza e livelli della coscienza e dell’inconscio (mappa dell’ovoi-de);
  • sviluppo e integrazione delle funzioni psichiche (mappa della stella);
  • aspetti e dimensioni principali della personalità: corpo-emozioni-mente-Sé (mappa autodiagnostica);
  • tipologia costituzionale di appartenenza (mappa tipologica);
  • subpersonalità e immagini di sé (mappa delle subpersonalita);
  • cicli vitali e stadi evolutivi dell’identità (mappa delle età);
  • asse Io-Sé (mappa dell’identità).

Quando valutiamo aspetti della personalità come funzioni, evoluzione degli aspetti tipologici, età psichiche ecc., formuliamo delle valutazioni qualitative e quantitative che possiamo indicare con aggettivi diversi; ad es. la funzione volontà può essere: insufficiente-ipotrofica, coartata-inibita, sufficiente-adeguata-normale, buona, molto buona, alterata-ipertrofica ecc.

DIAGRAMMA DELL’OVOIDE: AREE E GRADI DI COSCIENZA

Questo schema descrive i diversi contenuti della nostra psiche raggruppati per aree e livelli secondo la loro natura (inconscio inferiore, superiore e col-lettivo) e per gradi di consapevolezza (inconscio, inconscio medio o per meglio dire pre-conscio, campo di coscienza dell’Io, stato di coscienza del Sé). Questa mappa ci aiuta a leggere l’ampiezza e la direzione della coscienza di una persona.

Vi riproponiamo lo schema (fig. 1):

Ci si chiede in che misura la persona nella sua crescita è diventata cosciente dei diversi contenuti della sua psiche: la sua storia, i propri conflitti, il disagio di cui soffre, sentimenti, potenzialità, capacità, aspirazioni.

Se l’Io di una persona ha un campo di coscienza abbastanza ampio da avere sufficiente visione della sua personalità ordinaria ed è aperto agli stimoli provenienti dalle sue istanze transpersonali, allora l’asse Io-Sé è conservato ed è più agevole il lavoro di trasformazione della sofferenza e il superamento delle problematiche; mentre se la persona è largamente inconscia dei contenuti della sua psiche e soprattutto se è lontana dagli scopi più profondi della sua esistenza, se il suo Io, la sua coscienza, è lontana dal Sé, allora il suo disagio tende ad essere prevalentemente statico o involutivo.

DIAGRAMMA DELLA STELLA: LE FUNZIONI PSICOLOGICHE

Questo schema illustra le diverse funzioni della psiche teorizzate da Assagioli. Esse corrispondono alle quattro funzioni di Jung (sensazione, emozione-sentimento, pensiero, intuizione), con l’aggiunta di altre tre (impulso-desiderio, immaginazione e volontà). Proponiamo di nuovo lo schema di Assagioli (fig. 2):

Valutare il diverso sviluppo di queste funzioni, naturalmente comparandolo con la storia di quella persona, la sua istruzione, la sua attività ecc., può indicare le potenzialità e le risorse e sollecitare ipotesi sulle interferenze che hanno inibito la normale crescita di alcune funzioni, che si presentino incomplete, atrofiche, disarmoniche. Nel libro L’uomo stellare, dedicato allo studio delle funzioni, Bonacina così le definisce: “Per funzione psicologica si intende un’attività della psiche, incaricata di compiti esecutivi fondamentalmente sempre uguali a loro stessi negli obiettivi, pur perfezionabili, ampliabili e modificabili con il mutare delle circostanze e delle competenze” (Bonacina 1998, p. 53).

Sensazione

La funzione sensoriale è responsabile di tutte le informazioni provenienti dal mondo esterno e interno,

“[. . .] è il più elementare dei processi psichici, è alla radice di ogni attività cognitiva, immaginaria ed affettiva. Tutto ciò che l’uomo sa e conosce della terra e dei suoi abitanti passa dai cinque sensi” (Bonacina, 1998, p. 99).

Tutti questi messaggi vengono raccolti, confrontati con la memoria, interpretati e codificati in percezioni personali e soggettive; Bonacina sottolinea l’intimo rapporto tra funzione sensoriale e motricità, perché difatti la sensazione viene recepita e mantenuta attraverso i movimenti degli organi di senso; si può quindi parlare di atto senso-motori0 che si svolge in tre fasi:

“[. . .] la recettiva, fase in cui le informazioni giungono lungo le vie sensoriali all’encefalo – l’integratrice, che assicura l’elaborazione cerebrale dei dati – l’effettrice, che invia messaggi all’apparato muscolare, affinché attivi i movimenti opportuni” (Bonacina, 1998, p. 120).

Emozione – Sentimento

L’emozione è una risposta innata, somato-psichica, che accompagna tutte le nostre esperienze:

“Le emozioni sono cioè parte di quei meccanismi cerebrali pressoché automatici, di cui la natura ha arricchito l’uomo per rilevare istantaneamente le opportunità o le minacce, i piaceri o i dolori, discriminando con rapidità la qualità degli eventi” (Bonacina, 1998, p. 177).

Le principali emozioni sono il piacere, il dolore, la rabbia, la paura, e sono caratterizzate da intensità e breve durata, mentre i sentimenti hanno qualità più diffuse e permanenti. L’emozione è maggiormente ancorata al soma, il sentimento alla mente e all’identità autocosciente; ed ha quindi una natura più immanente e diversificata; esistono sentimenti personali, estetici, morali e universali.

Istinto-Impulso-Desiderio

Per Assagioli sono le funzioni ormiche che spingono all’azione, si tratta di azioni e reazioni spontanee che possono non essere dominate dalla volontà, e possono anche opporvisi (Assagioli 1966, 199 1 pp. 70-7 1).

Per Bonacina:

“[. . .] le condotte istintuali sono prevedibili, invariabili, stereotipe e uguali per tutti i membri della specie; sono processi nervosi di abilità predeterminate per mantenere in vita non tanto l’individuo in sé quanto la specie; sono memorie comportamentali con facoltà di far reagire agli eventi senza precedente apprendimento per garantire il perpetuarsi della specie” (Bonacina, 1998, p. 15 1).

I principali istinti mirano a soddisfare i bisogni di conservazione, riproduzione, pulsione gregaria, autoaffermazione e la tendenza ad indagare. Diversamente i desideri, sebbene possano anche prendere energia dagli istinti, hanno componenti più complesse, perché possono essere sollecitati dalle altre funzioni psichiche; pertanto i desideri sono pressoché infiniti sia come quantità che qualità e possono essere raggruppati solo in categorie ampie e non rigide (desideri affettivi, conoscitivi, emozionali, estetici, istintuali, transpersonali ecc.).

Immaginazione

“Funzione psicologica, riproduttiva e creativa, con cui possiamo portare vivida-mente davanti alla mente oggetti e percezioni assenti. Evocatrice e creatrice di imma-gini: immagini visive ma anche uditive, tattili, olfattive, gustative ecc.” (Assagioli, 1991, p.62).

L’immaginazione quindi è riproduttiva, rievoca immagini permettendo alla psiche di rivedere, capire approfondire, scoprire e collegare eventi depo-sitati dalla memoria. Secondo Bonacina è predittiva quando “collabora con la funzione mentale nel costruire i progetti, i modelli e le conseguenze dei comportamenti e anticipa la visione del principio di causa ed effetto” (Bonacina 1998, p. 244-245). L’immaginazione è creativa quando utilizza i dati e le immagini per dare vita a immagini, idee, opere, comportamenti profondamente nuovi e migliori rispetto ai precedenti.

Pensiero

Il pensiero è la manifestazione della mente, ossia dello “strumento di ricerca e di espressione, organo di conoscenza sia per il mondo esterno che per quello interno” (Assagioli 199 1, p. 79).

La mente ha un aspetto concreto perché raccoglie gli stimoli provenienti dalle diverse funzioni, li confronta con la memoria, riflette, formula ipotesi, progetti e previsioni, ed ha un aspetto astratto perché ha la capacità di percezione diretta e chiara di fenomeni complessi ed elevati, interpreta correttamente le intuizioni e le assimila.

La mente ha capacità creativa perché grazie al pensiero e al linguaggio si sviluppa continuamente, comunica con il mondo, risolve problemi e quindi rinnova e riplasma ininterrottamente se stessa e il mondo, guidando così il progresso dell’uomo.

Intuizione

“Etimologicamente, è collegata a visione e significa vedere internamente. Nella sua forma più alta, può essere considerata una comprensione sopra-razionale della realtà. Non opera dalla parte al tutto, come fa la mente analitica, ma percepisce una totalità direttamente nella sua essenza” (Assagioli, 1991, p. 68).

La funzione intuitiva è diversa da quella mentale nella capacità di cogliere direttamente e con rapidità la profondità e la complessità di concetti, fenomeni ed esperienze anche superiori. Il linguaggio con cui l’intuizione si manifesta può essere simbolico, ermetico, sorprendente o inafferrabile, perché riguarda percezioni nuove e quindi sconosciute alla mente, che non riesce immediatamente a confrontarle con la memoria. L’intuizione necessita delle capacità cognitive per essere decodificata, verificata nella sua autenticità e assimilata dalla coscienza.

Volontà

“Funzione psicologica, la più vicina all’io, sua diretta espressione. Sorgente di tutte le scelte, le decisioni, gli impegni. Attraverso la sua scoperta dentro di noi percepiamo di essere un soggetto vivente dotato del potere di operare cambiamenti nella nostra personalità, negli altri, nelle circostanze. Ha funzione direttiva e regolatrice simile a quella del timoniere di una nave” (Assagioli, 199 1, p. 135).

La volontà è dotata di forza, saggezza, bontà, transpersonalità e universalità; si manifesta attraverso l’azione in accordo con l’Io per promuovere il più autentico benessere della persona. L’atto di volontà segue un preciso percorso: un attento esame dello scopo dell’azione, della sua realizzabilità (deliberazione), quindi la scelta, l’affermazione di agire, la pianificazione obiettiva e saggia e infine la direzione dell’’esecuzione.

Corpo-Emozioni-Mente-Sé

Questa mappa può sembrare semplicistica, ma è molto utile proprio perché viene spontaneamente utilizzata dalle persone che spesso si descrivono facendo riferimento a questo schema. Ciò è importante, perché anche il paziente è in grado di fare una autodiagnosi in senso esistenziale e autoempatico del proprio disturbo, del suo significato (evolutivo o involutivo), della sua gravità, dei meccanismi di difesa adottati (ed anche può avere un’idea delle possibili soluzioni dei suoi problemi). Nel fare questa autodiagnosi, il paziente tende ad utilizzare un linguaggio semplice e più agevolmente constatabile e confrontabile con la realtà sia soggettiva che oggettiva, e si avvale spesso di una terminologia espressiva che rispecchia:

  • come mi sento nel corpo;
  • che emozioni provo;
  • quali sono i miei pensieri;
  • come mi sento nel mio Sé (spesso definito anima o identità profonda); utilizzando per esempio espressioni come:
  • “fisicamente mi sento bene non ci sono problemi è la mia testa che non va”;
  • “finché sono a lavorare va bene, dover pensare a risolvere tutti quei problemi mi fa sentire a posto, ma appena sono fuori qui, nel petto, si scatena l’angoscia, un caos di emozioni che non capisco”;
  • “il mio corpo è sempre stato un peso per me, un fardello estraneo da portarmi dietro e da nascondere”;
  • “le cose sono le stesse, tutto è come prima ma sono io diverso come se proprio io non ci fossi qui nelle mie cose”.

Queste immagini che l’individuo ha di se stesso (nei vari aspetti di personalità e nella sua dimensione di anima), comparate con l’osservazione clinica dello sviluppo dei diversi livelli della personalità, delle loro conflittualità o delle loro reciproche integrazioni, e con il grado di consonanza a livello del Sé del paziente, forniscono molte indicazioni diagnostiche.

Le Tipologie

Assagioli ha descritto sette tipi umani, che strutturano la base costituzionale della personalità, e che sono caratterizzati dal prevalere di una determinata qualità o energia. Tali tipi costituiscono anche sette vie evolutive: ciò significa che ciascun essere umano percorre una via preferenziale, che è la linea di minor resistenza per la propria autorealizzazione.

Esiste anche una relazione tra il tipo psicologico e i tipi di malattia a cui può andare incontro, in quanto la patologia tende ad innestarsi proprio nei punti di stallo o di involuzione o di deviazione dalla propria via evolutiva, ed a configurarsi come una alterazione della qualità specifica del proprio tipo di appartenenza (da qui l’utilità ai fini diagnostici della conoscenza della tipologia).

Infine esiste una relazione con l’approccio terapeutico, in quanto ogni tipo si muove, supera le difficoltà, risolve i problemi ed evolve secondo modalità peculiari, per cui deve essere aiutato conformemente al suo modo di procedere.

È importante comunque tener presente che nessun individuo appartiene ad un solo tipo, e nel corso della propria crescita ognuno tende non solo a realizzare al più alto livello le caratteristiche di cui è portatore, ma anche ad apprendere le qualità che gli sono necessarie per meglio completarsi. Chi è invece maggiormente frenato nella sua crescita, può, come abbiamo detto, allontanarsi dal suo Sé e tendere a far involvere le sue qualità, che così si trasformano in limiti.

I sette tipi psicologici sono caratterizzati da sette prevalenze energetiche, sette sentieri di autorealizzazione: possono essere simboleggiati dalle sette note musicali oppure dai sette colori dell’iride che fusi insieme danno la luce bianca. Possiamo rappresentarli (fig. 3) come i raggi di una ruota che, distanziati alla periferia, convergono al centro (immagine che, vista dall’alto, potrebbe essere quella di un cono, ricordando quindi l’ascesa verso la cima di una montagna):

Possiamo distinguere i seguenti tipi psicologici, indicandone il procedere realizzativo e il possibile percorso involutivo e psicopatologico (rimandando per l’analisi delle loro caratteristiche specifiche, qualitative e limitative, all’appendice 2):

  • tipo-volontà: si realizza attraverso la libertà-responsabilità di decidere. Al contrario può ammalarsi quando le energie autoaffermative sono eccessive e non equilibrate (congestione) oppure frenate (inibizione): possiamo parlare in questo caso di una psicopatologia della volontà;
  • tipo-amore: si realizza attraverso il rapporto con l’altro. Al contrario può ammalarsi quando la spinta relazionale è eccessiva e troppo accentuata (congestione) oppure quando è smorzata, chiusa e separativa (ini-bizione): possiamo parlare in questo caso di una psicopatologia dell’amore;
  • tipo attivo-pratico: si realizza portando l’intelligenza nella materia. Si ammala quando la sua attività degenera in attivismo sfrenato e inconcludente (congestione) oppure cede alla passività e inerzia (inibizione): psicopatologia dell’attività;
  • tipo creativo-artistico: si realizza raggiungendo l’armonia attraverso il conflitto. Si ammala, al contrario, quando eccede ed esagera nel tormento creativo e nella ricerca di perfezione (congestione) oppure quando diventa arido, sterile e infecondo (inibizione): possiamo parlare di una psicopatologia della bellezza;
  • tipo scientifico: si realizza nell’indagare come la vita si manifesta e nella ricerca della verità. Può ammalarsi quando la spinta conoscitiva è vivace e passionale, ma eccessiva e porta ad un razionalismo morboso e ad una logica fredda e astratta (congestione) oppure quanto è spenta e povera di idee e si rassegna all’ignoranza, diventando preda dell’inconscio (inibizione): possiamo parlare di una psicopatologia della verità;
  • tipo devozionale-idealistico: si realizza nella dedizione totale nei confronti di un ideale. Può ammalarsi, quando la devozione e l’ideale diventano eccessivamente aderenti e passionali e si trasformano in fanatismo (congestione) oppure quando si verifica lo spegnimento di ogni forza ideale e di ogni motivazione e la perdita del contatto vitale con la realtà (inibizione): si può parlare di una psicopatologia dell’ideale;
  • tipo organizzativo: si realizza nell’organizzare attività di gruppo ordinate. Può ammalarsi, quando eccede in comportamenti ossessivo-organizzativi e nella ricerca meticolosa di ordine e di perfezionismo (congestione), oppure quando è abulico e si lascia andare all’inerzia, al disordine, al caos, alla disorganizzazione ed alla confusione ideativa (inibizione): possiamo parlare in questo caso di una psicopatologia dell’organizzazione.

Le Subpersonalità

Questa mappa illustra molto bene il concetto psicosintetico dell’animo molteplice. Scrive Rosselli (1991):

“L’evidenza intuitiva empirica che non siamo un unico essere monolitico, ma molti piccoli esseri, ciascuno con la propria voce per esprimere una parte, piuttosto che un’unica voce per l’intero essere, è resa esplicita da Assagioli, ed è un’apertura importante verso il processo di consapevolezza e di trasformazione e sintesi”.

Ogni singola sub-personalità è un modo di essere che è fisico, emotivo e mentale. Queste strutture nascono dai bisogni fondamentali dell’essere umano (Maslow, vedi pag. 19), dalle tendenze tipologiche individuali e dalle interazioni che queste istanze svilupperanno nel tempo relazionandosi con l’ambiente.

Da queste complesse vicende relazionali e intrapsichiche (conflittualità o integrazione tra istanze diverse all’interno della vita psichica dello stesso individuo), si strutturano le subpersonalità che sono il miglior modo possibile a quella persona di soddisfare i suoi bisogni e tendenze nelle condizioni ambientali che ha incontrato nella sua storia. Ogni personalità quindi si esprime e si differenzia in diverse sub-personalità che sono strutture stabili, ma anche suscettibili di cambiamento e trasformazione dal momento che per la Psicosintesi l’essere umano è sempre alla ricerca della sua più vera autorealizzazione.

Proponiamo lo schema di Assagioli riprodotto in figura 4.

Lo schema raffigura tre subpersonalità: una parte di ciascuna entra nell’area della coscienza, ma la parte maggiore opera da vari livelli dell’inconscio (superiore, medio e inferiore). È però importante far presente, come dice Assagioli, che le sedi indicate non sono fisse: ognuna delle subpersonalità si può innalzare, abbassare o spostare lateralmente durante lo svolgimento della sua attività. Inoltre le subpersonalità, nei vari livelli, sono molto più numerose. Infine esistono anche subpersonalità situate completamente nell’inconscio.

Possono essere capaci di esprimere armoniosamente aspetti della personalità – ad esempio un bisogno di conoscenza che struttura la sub-personalità del ricercatore -, oppure possono essere prevalentemente organizzate su modalità difensive – ad esempio un bisogno di sentirsi protetti che costruisce la sub-personalità del diffidente -, che può servire allo scopo di non sentirsi invasi dagli altri, ma impedisce al contempo lo sviluppo di una autentica capacità di proteggersi, e di instaurare rapporti migliori con gli altri.

In questo caso, l’uso dei meccanismi di difesa che la psiche via via adotta per proteggere le istanze che sono alla base delle subpersonalità nel loro incontro-scontro con l’ambiente, non è più flessibile e temporaneo, ma diventa rigido e cronico. Si organizzano così delle strutture difensive disturbate che, a seconda della predominanza di meccanismi di difesa usati (scelti in base al momento evolutivo, al tipo di ferita, a caratteristiche costituzionali e tipologiche), struttureranno le diverse subpersonalità psicopatologiche.

I Cicli Vitali (Età Psicologiche)

“Crescere non significa perdere. Si può e si deve mantenere il bambino dentro di noi – non ucciderlo. Vedi, il bambino resta, l’adolescente resta, e così via. Crescere non vuol dire eliminare”4.

Roberto Assagioli

Questa mappa permette di effettuare quella che Assagioli definisce una analisi psicocronologica: essa descrive i vari cicli della vita umana e gli aspetti psicologici corrispondenti, distinguendo le manifestazioni armoniche, creative e costruttive da quelle disarmoniche, sterili e distruttive. Ciò permette di rilevare la presenza nella personalità del paziente di elementi appartenenti ad età psicologiche diverse da quella biologica.

Pur essendo tali aspetti variabili, in relazione alla tipologia costituzionale del soggetto, all’ambiente familiare e socio-culturale in cui è cresciuto, ed ai fattori specifici della generazione di cui fa parte, è possibile e utile descrivere gli elementi comuni tipici (positivi e negativi) delle varie età psicologiche, in quanto la persistenza nel tempo di tratti psicologici di età passate (o la regressione ad essi) o la presenza anticipata di aspetti di età successive costituiscono possibili indicatori dell’esistenza di fissazioni infantili (cioè resti di sviluppo incompleto di certe funzioni per traumi psichici, o complessi, o altro) o di regressioni neurotiche (rifiuto e opposizione alla crescita) o di sviluppi prematuri (identificazione precoce con figure adulte), che possono essere considerati come disturbi dello sviluppo della personalità.

In quest’analisi bisogna anche tener conto di alcune variabili. La prima è che il grado di sviluppo e maturazione può essere diverso relativamente alle varie funzioni psichiche ed alle varie subpersonalità: non tutti gli aspetti della personalità umana hanno infatti la stessa età psicologica (per es. mente adulta e affettività infantile o adolescenziale, oppure al contrario vita affettiva ben sviluppata e razionalità infantile; ed ancora subpersonalità professionale adulta e subpersonalità familiare infantile ecc.).

La seconda riguarda la dimensione temporale: l’età psicologica di ciascun aspetto della personalità non è fissa, ma mobile. È possibile pertanto (come già accennato) il fenomeno della regressione, per cui una persona adulta e matura può regredire ad un’età infantile (non solo in senso ontogenetico, ma anche filogenetico): vedi per es. i comportamenti primitivi per suggestione nelle folle, le evasioni nel passato per nostalgia o per fuga dalla realtà, il cosiddetto rimbambimento di certe persone anziane; come anche quello della progressione, per cui è possibile compiere una fuga in avanti nell’età adulta, sia individuale (identificazione prematura con persone adulte e anziane, invecchiamento precoce) sia collettiva (fuga nel futuro, mediante l’immaginario fantascientifico).

Questa analisi di cronologia psicologica permette di effettuare uno specifico lavoro psicosintetico che consiste essenzialmente nel raggiungimento della giusta età psicologica in ogni parte o aspetto della sua personalità, ed anche nell’educazione e sviluppo degli aspetti positivi di ogni età e loro integrazione con quelli dell’età biologica (psicosintesi delle età) (Assagioli, 1973b).

La conoscenza dell’età psicologica è importante, in psicoterapia, anche nella fase di elaborazione del piano terapeutico, in quanto esso deve essere adattato non solo in base al tipo e gravità dei disturbi del paziente ed alla sua costituzione e tipo psicologico, ma anche alla sua età emotiva e mentale.

Possiamo pertanto distinguere le seguenti età, a ciascuna delle quali corrispondono determinate qualità positive e caratteristiche negative:

  • prima infanzia (0-3 aa.);
  • seconda infanzia (3-6 aa.);
  • fanciullezza o preadolescenza (6- 12 aa.);
  • adolescenza (l 3-1 8 aa.);
  • giovinezza (l 8-25 aa.);
  • età adulta (25-45 aa.);
  • età presenile (45-65 aa.);
  • vecchiaia (65- aa.).

A completamento di quanto detto, ci sembra interessante proporre la rappresentazione della dimensione evolutiva dell’essere umano di John Firman e Ann Gila, i quali interpretano la teoria psicosintetica dello sviluppo secondo un modello, che non è lineare e semplicemente trasformativo di un ciclo vitale nell’altro, ma anche ed in modo specifico di sommazione e integrazione delle varie età, e della loro espansione concentrica. Proponiamo lo schema di Firman e Gila (c.d. “modello anulare “), leggermente modificato5 (fig. 5):

Gli anelli concentrici del diagramma rappresentano “la personalità che cresce e si espande in modo armonico attraverso le varie fasi della vita, accumulando il potenziale umano che si schiude ad ogni livello” (Firman, Gila, 1997, p. 81). Il dispiegarsi della personalità nei suoi vari livelli avviene in modo autentico (o distorto), in rapporto soprattutto alla presenza (oppure no) di “relazioni empatiche” di sostegno, adeguate per ogni livello.

Secondo questa ipotesi ogni ciclo vitale non si sostituisce a quello precedente, ma, pur sviluppandosi su di esso, vi si aggiunge e si espande secondo un modello concentrico. Ogni età pertanto non si annulla in quella successiva, ma permane col suo livello di integrazione e maturazione raggiunto (portando con sé sia le gioie della propria sana crescita che anche i punti dolorosi e ristagnanti delle ferite e mortificazioni ricevute)6.

Asse Io-Sé (Mappa dell’identità)

Quest’ultima mappa è in stretto rapporto con il diagramma dell’ovoide, ma in una certa misura tira le file delle altre mappe precedenti perché indica il grado di integrità dell’Io (ovvero dell’identità personale) e quindi del suo allineamento con il Sé Transpersonale, perché per la Psicosintesi la persona che procede nella autentica realizzazione si muove a partire dallo sviluppo e affermazione del suo sé personale verso la più ampia coscienza universale del Sé.

I campi dell ‘Io

L’Io come riflesso del Sé è dotato di alcuni aspetti. La sua integrità dipende in larga misura dalle sue caratteristiche principali che sono:

  • CENTRALITÀ: capacità di porsi e stare al centro (anziché alla periferia) della propria personalità; ovvero è la capacità di disidentificarsi progressivamente dai tanti aspetti della personalità, e di porsi nella posizione di osservatore equidistante dai contenuti psichici;
  • CONTINUITÀ: è la capacità di mantenere la memoria del proprio passato e le aspirazioni per il futuro;
  • STABILITÀ: è la capacità di resistere alla forza relativa dei contenuti coscienti e soprattutto inconsci che tendono a sopraffare il suo campo di visione e azione.

È dal centro che l’Io può esercitare un’azione di coordinamento e di sintesi (Io come centro unificatore), e conservare la permanenza del suo collegamento col Sé, che è la sua vera natura ed essenza, e che gli conferisce stabilità e continuità nel tempo (funzione del Sé di garante dell’identità).

Concretamente l’integrità dell’Io corrisponde alla forza dei suoi aspetti principali, che costituiscono i suoi campi d’azione ed espressione, e che sono gli stessi che, al massimo grado, costituiscono parte integrante dell’esperienza del Sé. L’integrità dell’Io può essere pertanto misurata in base alla qualità e quantità energetica di tali aspetti.

Essi sono:

  • Coscienza: l’Io è centro di un campo di coscienza;
  • Volontà: l’Io è centro di un campo energetico;
  • Amore: l’Io è centro di un campo relazionale.

Possiamo esprimere quanto detto col seguente schema (fig. 6):

L’integrità dell’Io

Se accettiamo l’ipotesi che il cammino esistenziale dell’uomo, il suo percorso autorealizzativo si muova, come afferma Assagioli, dall’inconscio verso la coscienza, dall’inerzia e passività verso la volontà, dall’odio verso l’amore, dalla separatività verso l’unione, possiamo comprendere che l’integrità dell’Io dipende dall’intensità e dalla progressione della sua capacità di sintesi (che si attua concretamente con l’evoluzione e il consolidamento dei suoi aspetti fondamentali).

Al contrario l’alterazione e la debolezza dell’Io, su cui attecchisce la psicopatologia, poggiano sulla perdita della capacità di sintesi e sulla scarsa consistenza delle sue funzioni principali. Potremmo anche dire che la misura del rischio psicopatologico è proporzionale alle potenzialità di involuzione e dissolvenza dell’identità ed al grado di disintegrazione dell’Io.

Possiamo affermare che:

  • l’Io è alterato e debole, quando il suo campo di coscienza è ristretto, per cui si focalizza su dettagli e perde la visione d’insieme; ha difficoltà a capire e comprendere; con la diminuzione della coscienza l’Io tende a perdere il contatto razionale con la realtà, e può essere travolto da contenuti inconsci; l’Io inoltre è tanto più debole, quanto meno è cosciente di sé e della propria presenza (autocoscienza o coscienza di esserci);
  • l’Io è alterato e debole, se il suo campo energetico è di scarso voltaggio, se perde di dinamismo, si depaupera di energia, è incapace di porsi degli scopi, fare progetti e attuarli, se perde il contatto vitale e dinamico-energetico con la realtà; pertanto può essere sopraffatto da energie diverse sia interne (complessi e subpersonalità), sia esterne (energie collettive, volontà degli altri, ecc.); l’Io è tanto più debole, quanto meno è cosciente di volere;
  • l’Io è alterato e debole se diminuisce l’ampiezza del suo campo relazionale, se si chiude in se stesso, riduce e circoscrive i propri confini, non si pone più in relazione, si isola e si allontana dal sentimento di interdipendenza della vita e diventa egocentrico ed egoista, incapace di amare (sia nel senso di dare che di ricevere amore): si sente così espulso e fuori della vita. L’Io è debole se perde il contatto relazionale e di interdipendenza con la realtà. L’Io è tanto più alterato e debole, quanto meno è cosciente di amare e di esserci in relazione.

VAL UTAZIONE ESISTENZIALE

“Ognuno – anche le persone primitive – hanno una visione o concezione della vita […l spesso essa è implicita, ma è facile farla affiorare alla coscienza [. . .] una concezione della vita include inevitabilmente una serie di valori [. . .] dobbiamo sapere quali siano i valori a cui (il paziente) attribuisce importanza, perché essi formano una parte vitale di lui, e potrebbero avere un influsso determinante sui suoi disturbi”.

Roberto Assagioli

“La follia [. . .] può essere una svolta, una liberazione, un rinnovamento, ma può anche risultare come l’inizio di una schiavitù e della morte esistenziale”

Ronald D. Laing

“Ritengo possibile che si possa presto persino definire la terapia come una ricerca di valori, in quanto in ultima analisi la ricerca dell’identità è, sostan-zialmente, la ricerca dei propri valori intrinseci ed autentici”.

Abraham H. Maslow

Situazione Esistenziale

Se veramente si vuole comprendere l’uomo e la situazione di disagio, sofferenza, conflitto e/o malattia, in cui si trova, e per la quale ricerca un aiuto terapeutico, non ci si può limitare all’indagine psicopatologica ed alla descrizione e rilievo dei sintomi ed all’individuazione di sindromi, né ad un semplice inventario di tutti gli elementi psichici della personalità, pur nelle loro configurazioni strutturali, sia d’anatomo-fisiologia psichica che di psicopatologia, e pur nelle loro strette espressioni e interazioni dinamiche.

Per effettuare un accertamento completo della specifica situazione esistenziale del paziente, è indispensabile anche e soprattutto poter coordinare e sintetizzare i dati raccolti dall’esame psicopatologico e dall’esame psichico globale della personalità, per poi comprenderli e valutarli, facendo riferimento ad un sistema più ampio di valori e significati.

Solo in tal modo si può veramente penetrare nella dimensione esistenziale del paziente, che prima ancora di essere un paziente è soprattutto un uomo, un essere umano che soffre, potremmo chiamarlo un uomo paziente. E l’uomo paziente soffre non solo per il dolore fisico, emotivo e mentale determinato dalla sua condizione di malattia, ma anche perché (e quando) il suo stato patologico lo disconnette dalla sua essenza autentica, lo allontana dal suo Sé, lo distoglie dal significato della sua esistenza.

Ciò che conta pertanto è riuscire ad individuare i conflitti e problemi principali, che sono causa d’attrito e quindi di sofferenza, ma anche parallelamente il loro significato e la loro direzione, facendo riferimento al particolare cammino esistenziale ed allo specifico percorso autorealizzativo di quel singolo essere umano, che si trova in quella precisa e unica situazione di disagio.

Nel campo specifico della psicoterapia, che si fonda sulla relazione, tale modalità d’approccio è più estensiva, fino a significare fondamentalmente almeno tre cose:

  • comprensione dello stato di disagio del paziente in funzione della sua concezione di vita e del suo sistema di valori;
  • valutazione del rapporto che intercorre tra la scala di valori del paziente e quella del terapeuta (compatibilità/incompatibilità), poiché la psicoterapia è un rapporto di cooperazione cosciente e volontaria tra due soggetti viventi, e quindi tra due volontà, due progetti e due concezioni di vita e sistemi di valori:
  • importanza di una formazione transpersonale del terapeuta, ai fini di un riferimento costante della propria modalità soggettiva di valutazione ad una visione positiva ed evolutiva della vita e ad una scala di valori oggettivi e universali.

Questa analisi-valutazione esistenziale costituisce un aspetto fondamentale e irrinunciabile della psicodiagnostica psicosintetica, che la contraddistingue in modo specifico e peculiare. Sintetizzando ed esaminando più in particolare, essa comporta:

  • accertamento della filosofia o visione della vita e concezione del mondo (weltanschauung) del paziente;
  • accertamento degli scopi principali da lui perseguiti e del suo sistema o sistemi di valutazione (progetti, valori, significati);
  • accertamento della situazione di disagio, problematicità, conflitto, sofferenza o patologia, correlandola con una concezione evolutiva della vita: individuazione del suo significato (evolutivo o involutivo) e della fase specifica di sviluppo dell’identità con cui è in relazione;
  • valutazione del rapporto tra l’entità della sofferenza-patologia e il grado di forza e di sviluppo dell’identità (stabilità dell’asse Io-Sé);
  • correlazione della situazione di disagio con la concezione di vita del paziente e il suo sistema di valori;
  • compatibilità tra la visione della vita e la scala di valori del paziente e quelle del terapeuta (diverse concezioni della vita portano a diverse valutazioni sul significato di evoluzione o involuzione dello stato di disagio);
  • importanza del livello di formazione transpersonale del terapeuta: riferimento ad una visione positiva della vita, ad un criterio evolutivo e ad una scala oggettiva di valori.

La diagnostica psicosintetica pone in modo specifico in relazione la sofferenza-patologia col significato-valore della vita individuale e della vita in generale. Da questo punto di vista i disturbi possono essere diagnosticati e classificati secondo la loro direzione e significato, tenendo conto:

  • della visione della vita ed in particolare della scala di valori del paziente;
  • del cammino del paziente in relazione con il percorso evolutivo proprio dell’individuo sano (criterio evolutivo);
  • della scala dei bisogni fondamentali dello sviluppo umano, che la psicosintesi riconosce nella teoria di Maslow;
  • della scala dei valori essenziali che scaturiscono da questi bisogni e che sono propri dell’umanità.

Ciò che pertanto assume importanza in questa ottica, più che l’intensità della sofferenza-patologia, pare essere la capacità del paziente (con la guida del terapeuta) di elaborare la propria sofferenza e ri-contattare i bisogni ed i valori fondamentali della vita, così da poter comprendere e sostenere il proprio dolore e riprendere il cammino evolutivo.

Scala Dei Valori di Maslow

“L’accrescimento ha luogo quando il successivo passo in avanti è soggetti-vamente più piacevole, più gioioso, più intrinsecamente soddisfacente del-la precedente gratificazione che ci è ormai familiare e persino ci annoia”.

Abraham H. Maslow

Il sistema di valori essenziali, a cui si fa riferimento nell’operare psicoterapeutico psicosintetico, è quello proposto da Abraham H. Maslow (1962), fondatore di una vera e propria etica scientifica. Egli formula la sua teoria, poggiandola su quello che lui considera un conflitto fondamentale, esistenziale e radicato nella natura più profonda dell’essere umano: conflitto tra forze difensive che tendono alla sicurezza e tendenze progressive verso l’accrescimento (che Assagioli fa proprio, individuandolo come conflitto tra passato e futuro).

L’accrescimento-maturazione avviene, quando la gioia di crescere e la paura della sicurezza-regressione superano i timori dell’accrescimento e il desiderio di sicurezza-protezione. Maslow propone il seguente semplice schema:

Il desiderio di evolvere, crescere e maturare si manifesta in modo naturale e spontaneo, quando i bisogni di sicurezza sono sufficientemente soddisfatti. Altrimenti l’essere umano avvertirà l’accrescimento come troppo pericoloso e tenderà a regredire, ricercando rifugio e protezione. Ciò vuol dire che un sano accrescimento non può che poggiare le sue fondamenta sulla gratificazione dei bisogni di sicurezza (che sono pertanto fondamentali).

Si può anche comprendere l’importanza basilare del ritmo e della gradualità in psicoterapia: il terapeuta psicosintetista riconosce e rispetta i bisogni di sicurezza e fondamentali (lasciando loro il tempo per un’adeguata e sufficiente gratificazione), ma orienta in modo ritmico e graduale, senza forzature, verso l’accrescimento e la maturazione.

Su questa base Maslow elaborò una sua teoria dei bisogni e dei valori, disposti secondo un ordine di priorità ed un criterio evolutivo, e le cui singole gratificazioni possono essere considerate come dei passi sul sentiero dell’autorealizzazione generale.

Possiamo, in linea generale, integrando la teoria di Maslow con l’ottica psicosintetica di Assagioli, così distinguere:

Bisogni Fondamentali

Motivati dalla carenza, richiedono una gratificazione esterna, dipendono dall’ambiente (identità dipendente).

  • Bisogni Fisiologici (dipendenza materiale): cibo, casa, calore, contatto fisico, sonno, sesso ecc.
  • Bisogni Psicologici (dipendenza psichica): sicurezza; appartenenza e affetto; apprendimento e conoscenza; stima, rispetto, approvazione.

Bisogni di Accrescimento

Meta-motivati o motivati dalla crescita, richiedono una gratificazione interna

  • Bisogni di autorealizzazione (identità indipendente)

Attuazione delle proprie attitudini e potenzialità individuali (teoria Y di Maslow e psicosintesi personale di Assagioli)

  • Bisogni di trascendenza (identità interdipendente e transdipendente)

Esigenza di andare oltre il proprio ego individuale, verso gli altri e la realtà oggettiva e universale, attuando la dimensione supercosciente e il Sé (teoria Z di Maslow e psicosintesi transpersonale di Assagioli).

  • Verità e Significato;
  • Amore e Gioia;
  • Azione Umanitaria e Sociale;
  • Creatività e Bellezza.

Il valore ultimo, a cui tende il divenire dell’uomo, è la pienezza umana, è l’essere pienamente se stesso, dispiegare la propria umanità, poter finalmente essere quello che è. Il cammino umano ci appare pertanto come un movimento progressivo di approfondimento dell’identità, che da una condizione di indifferenziazione si individua gradualmente, attraverso fasi di simbiosi e di dipendenza, fino al raggiungimento di autonomia e indipendenza, per poi espandersi orizzontalmente verso gli altri e il mondo, ed infine elevarsi verticalmente fino a partecipare della dimensione universale.

Criterio Evolutivo

Il criterio evolutivo indica il percorso che l’individuo sano fa nel corso dell’esistenza, attraversando pienamente le diverse tappe della vita.

La teoria dei valori collegata col criterio evolutivo permette di comprendere la natura umana come protesa intenzionalmente verso la realizzazione di un qualcosa che vale: e ciò che veramente vale, ciò che si ha bisogno di attuare, è la possibilità di essere quello che si è nello specifico momento evolutivo di identità in cui ci troviamo, è il pieno vissuto della propria fase evolutiva, è la possibilità dell’essere nel flusso del divenire che stiamo attraversando.

I vari punti dell’essere nel corso del divenire umano sono rappresentati dalle acquisizioni dei vari momenti o stadi di maturazione dell’identità che possiamo, semplificando, così indicare:

  • identità emergente (Io in formazione);
  • identita dipendente (Io in relazione di attaccamento);
  • identità indipendente (Io);
  • identità interdipendente (Tu, Io-Tu, Noi);
  • identità transdipendente ().

Le cosiddette peak experiences, di cui ci parla Maslow, sono in pratica esperienze acute dell’identità, da intendersi non come conseguimento della mèta finale, ma come possibili esperienze di piena identità (essere) relativamente allo stadio di maturazione dell’Io raggiunto (divenire).

I passaggi da uno stadio dell’identità all’altro sono contrassegnati da ansia, senso di fatica e sofferenza, causate dall’attrito e dal conflitto tra le forze evolutive, che tendono a farci superare il momento critico, compiendo un passo in avanti di maturazione, e le forze involutive, che al contrario oppongono una resistenza e talvolta un vero e proprio fermo al procedere umano, fino anche a determinare una situazione di stallo o di stasi evolutiva.

Entrambi i movimenti (evolutivo e involutivo) tendono a risolvere l’ansia-sofferenza esistenziale, ricercando una situazione di armonia e sintesi: ma nel movimento evolutivo l’ansia è vissuta come un anelito a procedere verso una maturazione e sintesi più ampia, mentre nel movimento involutivo l’ansia è vissuta come una condizione di angoscia da lenire indietreggiando verso una regressione ed una sintesi più ristretta.

Insomma il movimento evolutivo ci conduce verso l’auto-realizzazione e la salute, quello involutivo ci porta invece verso l’auto-annientamento e la psicopatologia. Entrambe queste modalità di risolvere le varie fasi di crisi esistenziale possono essere accompagnate da disturbi psichici e/o psicosomatici, che possono essere simili, ma che hanno però cause e significati diversi a seconda della direzione evolutiva o involutiva, progressiva o regressiva del procedere.

Possiamo pertanto, da questo punto di vista, operare una fondamentale classificazione dei disturbi psichici in:

  • disturbi evolutivi
  • disturbi involutivi

Questa distinzione non può che essere relativa ad una specifica concezione-visione della vita e ad una scala di valori. Deve cioè essere chiara la meta evolutiva (ciò che vale e verso cui vale la pena dirigersi) e la possibilità- rischio della sua assenza, cioè il vuoto, in cui attecchisce la direzione involutivo-regressiva con i suoi contro-valori.

La sofferenza non si identifica con il concetto di malattia. Tutto dipende dalla capacità del soggetto di restare saldo e di non farsi travolgere dalla sofferenza; dalla sua capacità di accettarla (evitando reazioni errate di paura o di ribellione); e soprattutto dalla sua capacità di comprenderne il significato, inserendola nell’ambito di una visione positiva della vita, ed orientandola così verso una direzione evolutiva e di maturazione.

Possiamo utilizzare questo schema (Alberti, 1997, p. 76), che pone in posizione centrale la situazione di sofferenza con le due possibili direzioni e significati in relazione alla concezione della vita a cui si fa riferimento (fig. 7):

Possiamo anche ricavare da questo schema un sistema di riferimento per un inquadramento nosografico esistenziale dei disturbi psichici.

Note

i A riprova di ciò, basterebbe provare a leggere le vecchie cartelle, per lo più ridotte a poche annotazioni e spesso incomprensibili, dei malati psichiatrici internati prima della legge 180 del 1978, per rendersi conto della loro condizione di cancellamento storico-esistenziale-biografico.

ii È sempre importante ricordare che all’interno del rapporto terapeutico, qualora il terapeuta abbia la necessità di raccogliere ulteriori informazioni da parenti del paziente e/o strutture, è bene che cerchi di ottenere il consenso del paziente anche nei casi più difficili.

iii Naturalmente quando possibile, e se ne esistono le indicazioni.

Teoria e pratica della diagnosi in psicosintesi (parte II, ultima parte)

2011-06-27T18:13:55+02:00 27 Giugno 2011|