Editoriale Rivista di Psicosintesi Terapeutica Anno VIII n. 16, Settembre 2007

Rivista di Psicosintesi Terapeutica
Anno VIII n. 16, Settembre 2007

EDITORIALE

PSICOSINTESI E PSICO-ONCOLOGIA
Suoni e silenzi

“La morte mi appare soprattutto come una vacanza […] La morte è parte normale di un ciclo biologico. È il mio corpo che muore, e non tutto di me. Quindi non mi preoccupo troppo”.
Roberto Assagioli

Continua e si conclude in questo numero della rivista l’insieme monografico di contributi sul tema “Psicosintesi e Psico-oncologia”.

La malattia tumorale, evento drammatico, che sembra costringere chi ne soffre (e non solo) a riesaminare la propria vita, a ricercare l’essenziale e un’autenticità di valori e significati – mète solitamente eluse fintantoché l’esistenza si svolge in modo superficiale e ordinario – ci appare in questi contributi come un messaggio profondo della vita.

Lo stesso disordine cellulare della malattia tumorale – metafora e specchio di un malessere non solo individuale ma anche sociale – può essere interpretato come uno stimolo per qualcosa d’altro, un richiamo, una spinta ad un movimento verso un ordine più ampio, che sia più in sintonia con la nostra natura più autentica e profonda: una vera e propria “notte buia dell’anima”, che ha però allo stesso tempo il significato di “appuntamento con l’anima”, cioè di un possibile procedere verso una guarigione spirituale (Marie Noelle Urech).

Di notevole importanza è la formazione degli operatori, che lavorano in oncologia. Manuel Katz descrive alcuni elementi formativi specifici, quali il senso del sacro (una visione positiva della vita, intesa come un qualcosa di più grande e significativo della nostra individualità separata), e quella che lui chiama presenza mentale (“mindfullness”), una nuova capacità di esserci con se stessi e con l’altro, più attenta e consapevole, accogliente ed allo stesso tempo distaccata. Insomma un esserci dentro ed allo stesso tempo un osservare dal di fuori, che molto ricorda la “disidentificazione” di Roberto Assagioli.

La malattia oncologica è un evento traumatico, che non irrompe solo, fermandola, nell’esistenza del paziente, ma coinvolge anche tutto il gruppo familiare, “congelandone” il procedere evolutivo. Alessandra Rossi evidenza la necessità di una presa in carico di tutto il nucleo familiare, fornendo un esempio clinico, tratto dalla sua esperienza presso il reparto di Oncologia Medica dell’Ospedale di Careggi.

Il cancro colpisce profondamente la persona: ci si sente come traditi dal nostro stesso corpo, che viene vissuto come gravemente deteriorato e quasi umiliato dalla malattia. Il corpo viene rappresentato dal paziente attraverso le immagini e i disegni, nei quali possiamo leggere sia le menomazioni patologiche sia allo stesso tempo la disperata ricerca di un senso. L’espressione creativa può aiutare nel processo di accettazione ed elaborazione della malattia, offrendo sostegno al paziente nella sofferenza, e facendogli intravedere la possibilità di acquisire nuovi valori e significati (Jan Taal).

Da sottolineare è anche il fatto che la malattia tumorale, con le sue forti esigenze di ascolto e di accoglienza, di una attenzione più umana che sanitaria, potrebbe costituire una occasione per una riflessione sulla idoneità o meno dell’ambiente ospedaliero a tale compito (Laura Bellotti, Roberta Perfetto, Massimo Rosselli), e assumere quasi le caratteristiche di un invito pressante ad una ri-progettazione dei luoghi di degenza e di cura, rendendoli più a misura d’uomo, più sereni, accoglienti e vivibili.

La malattia oncologica, quando terminale, ci porta inevitabilmente anche ad affrontare il tema della morte e della separazione. Per chi rimane, il vissuto di perdita – che non è solo distacco dalla persona amata, ma anche morte simbolica di una parte di sé – può costituire una vera e propria crisi esistenziale, in certi casi difficile da superare. Lisa Cardinali ci mostra, attraverso la descrizione di un percorso clinico, quanto fondamentale sia ai fini di una sana elaborazione del lutto una adeguata “preparazione”, che può essere attuata nel corso della fase di accompagnamento alla perdita mediante una utilizzazione sinergica di varie tecniche e atteggiamenti, quali l’identificazione consapevole, la disidentificazione autentica, la ri-progettazione vitale di sé, lo sguardo al positivo.

La morte non è disgiungibile dalla vita: è un evento esistenziale della condizione umana, potremmo dire un momento del vivere, che fa parte dello stesso processo evolutivo dell’esistenza. Silvia Bianchi, attingendo alla tradizione del buddismo tibetano, ci ricorda l’utilità di vivere il quotidiano con la consapevolezza del morire, e ci propone vari tipi di meditazione sulla morte, la cui mèta è la crescita personale fino all’illuminazione.

La morte è allo stesso tempo una fine (termine di un ciclo) ed un inizio (una nuova vita ad un livello più elevato). Essa è dunque necessaria: come afferma Jung non può nascere una nuova vita se prima non finisce quella precedente. La morte, scrive Angela Maria La Sala Batà, è un processo di trasformazione alchemica, che rappresenta il momento più significativo e culminante del processo evolutivo della vita della coscienza.

Questo insieme monografico può essere, per certi aspetti, considerato come una raccolta di “voci sulla fragilità umana”, un insieme di suoni ed anche di silenzi, che provengono sia dal dolore di chi soffre con dignità, sia dalla compassione di chi cura con amore, e che risuonano e tacciono in quello spazio-tempo di sacralità che è il solo e autentico setting per ogni agire umano e terapeutico.

La società di oggi, protesa verso un apparente benessere ed una falsa efficienza, pare come costretta – per non dire condannata – ad emarginare e respingere tutto ciò che vi si oppone, cercando di scotomizzare tutto quello che ricorda la debolezza e la precarietà umana, quali la povertà, la sofferenza, la malattia, la morte.

In particolare la morte sembra essere l’ultima grande esclusa dell’attuale società. Ma essendo un evento naturale e fisiologico, anche se rimossa, non potrà mai essere del tutto negata: ogni gesto fatto, ogni fase della vita già attraversata, ogni scelta importante (che è sì preferenza, ma anche rinuncia), ogni perdita subita, insomma ogni cosa giunta al suo termine, fa affiorare alla coscienza la continua presenza della finitudine umana.

Morti sia fisiche che psicologiche partecipano del procedere evolutivo dell’esistenza umana: le cellule del nostro corpo continuamente si rinnovano, gli atteggiamenti psicologici si modificano attraverso le varie fasi della vita, ciò che è vecchio e superato deve essere abbandonato per lasciare spazio a nuova vita. Ogni cosa che finisce muore nel momento stesso del suo compimento, ma è allo stesso tempo gesto di fecondazione, che entra come “seme” nel terreno fertile della vita.

La condizione umana si configura infatti come continua “sospensione” tra limiti e potenzialità. L’uomo sa in cuor suo che deve morire e dissolversi nel nulla, ma ha anche allo stesso tempo la percezione di un qualcosa di immortale in sé, un qualcosa che riflette l’infinito e l’eterno, un valore di anima che include il senso di permanenza e continuità della vita.

Ed è forse nell’ora del trapasso, che possiamo quasi toccare con mano il senso della continuità della vita, cogliendolo proprio nel punto massimo di sospensione tra la vita e la morte, momento sacro di transizione tra il tramontare della personalità e l’albeggiare dell’anima.

Non potremmo allora – muovendoci in questa ottica – sentirci come invitati a cogliere, non solo in prossimità della morte fisica, ma in ogni fase umana di passaggio tra qualcosa che giunge a termine e qualcosa che sta per nascere, un vero e autentico “momento di vita”, ad un tempo fuggevole ed eterno, riconoscendolo come una particella feconda e trasformativa di tutta la Creazione?

Alberto Alberti

2011-03-10T16:17:32+02:00 10 Marzo 2011|