I luoghi comuni dell’amore

Convinti come siamo che l’amore sia una questione di fortuna, siamo tutti in attesa del fatidico colpo di fulmine. Ma è proprio così? Intervista alla psicoterapeuta Nives Favero.

A cura di Mimmo Tringale

 

Pubblicato su: AAM Terra Nuova n.220 Settembre 2007 (www.aamterranuova.it)

 

«Non era l’uomo (o la donna) per me» oppure «Non ho ancora incontrato la donna (o l’uomo) della mia vita»: quante volte abbiamo sentito, o pronunciato, queste parole? Adolescenti alle prime esperienze e quarantenni attempati, palestrati da spiaggia e intellettuali impegnati, di fronte all’amore, tutti indistintamente sembrano abbandonare le proprie certezze per affidarsi al caso. E siccome è opinione comune che «l’amore è questione di fortuna», l’unico lavoro da fare è scovare l’anima gemella, bella, perfetta e remissiva che ci aspetta da qualche parte. Si tratta solo di trovarla e la nostra felicità è assicurata.

 

Basta guardarsi un po’ intorno per capire che la ricerca dell’anima gemella così facile non è, e che ancora più difficile è riuscire a costruire un legame duraturo. In Europa il 40% dei matrimoni termina con il divorzio, e 2 italiani su 10 si ritrovano davanti al giudice entro i primi 5 anni di matrimonio. Percentuali destinate a lievitare ulteriormente se ai matrimoni si aggiungono le convivenze non riconosciute legalmente.

 

Perché è così difficile stare insieme? Per molto tempo si è creduto che il principale motivo del diffuso disagio presente nelle relazioni di coppia fosse dovuto ai vincoli sociali e ai tabù sessuali che portavano due adolescenti, in genere privi di esperienze sessuali ed emotive, a legarsi con il matrimonio per tutta la vita ad un’altra persona perfettamente sconosciuta. La profonda rivoluzione dei costumi sociali degli ultimi quarant’anni ha dimostrato che non basta essere più navigati per costruire relazioni più consapevoli e felici. L’età del primo rapporto sessuale oggi si è abbassato notevolmente, ma non si può dire che parallelamente si sia innalzato il grado di felicità delle coppie, né tanto meno la durata media delle relazioni.

 

Allora dov’è l’inghippo? In genere quello che accade è che, così come afferma lo psicoterapeuta Gianfranco Ravaglia, «le persone non sono in contatto con quello che sentono, non comunicano quello che sentono, non si incontrano sulla base di un’autentica emotività». Ci si mette insieme sulla base di una grande confusione con il risultato di creare relazioni poco soddisfacenti e conflittuali, destinate al fallimento. A creare questa confusione di base concorrono numerosi fattori tra cui l’assenza di un’educazione affettiva e l’affermazione di modelli consumistici anche in campo sessuale, ma un ruolo importante nei fallimenti sentimentali svolgono sicuramente i numerosi luoghi comuni che anche pervadono il regno dell’amore. È evidente che il primo passo per costruire una rapporto di coppia, in grado di assicurare a ciascun partner lo spazio per la propria crescita e insieme il soddisfacimento dei propri bisogni è quello di fare pulizia delle banalità e dei condizionamenti sociali e culturali che hanno ridotto la ricerca dell’amore ad una specie di caccia al tesoro per adulti. Proprio sui luoghi comuni dell’amore e sugli ingredienti necessari per creare una relazione d’amore soddisfacente abbiamo interrogato la psicoterapeuta Nives Favero, docente e formatrice della Società italiana di psicosintesi terapeutica.

 

Siamo abituati a programmare e pianificare gran parte della nostra vita, eppure quando si parla d’amore sembra che non siamo in grado di far niente altro che affidarci al caso. Convinti come siamo che l’amore sia una questione di fortuna, siamo tutti in attesa del fatidico colpo di fulmine. Ma è proprio così?
Se è vero che talvolta ci innamoriamo così, di colpo, non è vero che una relazione felice nasca necessariamente sotto questo segno, né tanto meno che dipenda da questo. Ci troviamo di fronte ad una convinzione che fa parte di un nutrito gruppo di luoghi comuni, figlio del pensiero che l’amore sia un evento miracoloso che quando arriva ci dà felicità. È il classico colpo di fulmine. Il tradizionale finale del «…e vissero felici e contenti». Secondo questa visione l’amore (che l’altro ci dà) guarisce da tutti i mali, quando ci si ama non ci sono problemi di coppia perché l’amore vero è una sorta di filtro magico che, indipendentemente da tutti gli ostacoli, crea l’incontro! Le conseguenze di questo modo di pensare sono l’idealizzazione, i sogni a occhi aperti con le conseguenti delusioni, un atteggiamento dipendente, passivo, un senso di vuoto e di risentimento contro la vita che non ci dà quello che ci spetta. Di un altro gruppo di luoghi comuni fanno parte quelle convinzioni che si possono ascrivere al pensiero «l’amore non esiste», poiché si è convinti che «la vera natura dell’uomo è egoista, superficiale, indifferente, opportunista» e quindi l’amore è un’illusione; è un’invenzione della natura per persuaderci a continuare la specie o è un’invenzione romantica per regalarci qualche batticuore. Le conseguenze di questo modo di pensare sono svalutazione del sentimento, diffidenza, cinismo, isolamento, insicurezza, ansia di possesso, gelosia. Una cosa curiosa è che spesso crediamo alternativamente a luoghi comuni di entrambi i gruppi. Una causa di queste convinzioni è che con il termine «amore» indichiamo una serie di esperienze che riguardano campi diversi, a volte vicini e altre volte lontanissimi tra loro: amore per la natura, per la bellezza, amore fraterno, filiale; e nei confronti di un partner parlando di amore possiamo alludere all’innamoramento, alla passione erotica, all’attrazione sessuale, all’amicizia amorosa, alla relazione amorosa, al legame stabile e altro ancora.

 

Se la parola amore ha tanti significati, come si può definirlo meglio?
Pensando alla relazione umana, dico che l’amore è una vocazione all’intima comprensione dell’altro, è un intenso desiderio che lui o lei sia felice, è azione costante affinché questi desideri si realizzino, è spesso una sofferta trasformazione di sé verso un’identità più ampia, partecipe e vibrante con la Vita. Queste a mio parere sono le radici di un sentimento che poi prende coloriture diverse a seconda della relazione: erotica, amicale, filiale ecc., e della personalità dell’amante.

 

Il fatto che bisogna imparare ad amare significa che ad un certo punto abbiamo disimparato, abbiamo perso la capacità d’amare?
No, non abbiamo disimparato ad amare, piuttosto non abbiamo sviluppato questa potenzialità così come tante altre attitudini, che per diventare capacità richiedono tempo, dedizione, insegnamenti, come saper pensare, fare arte…

 

Come si fa concretamente? Come si impara ad amare?
L’amore s’impara in molti modi, innanzitutto dall’esempio della famiglia d’origine che, se è stato positivo, ci dà le basi, se è stato negativo, ci dà la sofferenza che ci spinge alla ricerca. Dall’esempio degli altri, dallo studio delle tradizioni spirituali e della psicologia, che ultimamente sono in aumento; ma soprattutto l’amore si costruisce dedicando tempo all’amore, dando valore a questo bisogno del nostro cuore… Dalla mia esperienza di donna, madre e terapeuta ho imparato che l’amore esiste, ma è il risultato di un processo complesso che dura tutta la vita. È un desiderio che nasce dentro di noi; da piccoli è stimolato dalle cure familiari; crescendo, il suo sviluppo è sempre più affidato alla nostra volontà: come dice Fromm, amare è un sentimento attivo. Si incomincia con l’amore «bambino» per i genitori, i primi compagni e via via questo sentimento diventa maturo, profondo e più ampio: l’amico, il partner, i figli, la natura, i valori, Dio, la Vita in tutte le sue forme.

 

Perché allora è così difficile amare ed essere amati?
Spesso non sappiamo quanto impegno, quanta energia è necessaria per imparare quest’arte e quindi ci scoraggiamo. Poi amare ci espone ad un rischio gravissimo: soffrire a causa del nostro affetto. Soffriamo quando l’amato (sia esso partner, amico, figlio, o semplicemente un animale) è malato, è infelice, muore. Soffriamo quando l’amato è lontano, oppure non può o non è più in grado di ricambiare l’amore. Soffriamo per tutte le frustrazioni e per la fatica che comporta costruire un rapporto affettivo profondo e duraturo. Soffriamo perché moriremo e dovremo lasciare l’amato. La consapevolezza e l’esperienza del dolore sono il prezzo per diventare amanti. Possiamo scegliere di rimanere prudenti evitando di coinvolgersi, ma in questo caso dovremo sopportare il senso di incompletezza e i possibili rimpianti dell’esser stati «né freddi, né caldi».

 

Vuoi dire che una condizione essenziale per incontrare l’amore è «arrendersi » all’amore stesso, senza temerne le conseguenze?
Una persona adulta non può non temere le conseguenze; quello che possiamo fare è arrenderci all’amore pur sapendo che in qualche modo ci farà soffrire, imparando con delicatezza verso noi stessi ad accettare la paura senza permetterle di impedirci di vivere con tutta la presenza e la pienezza a cui il nostro esistere tende.

 

Sembra di essere prigionieri di un circolo vizioso: per costruire relazioni d’amore sane e soddisfacenti bisogna essere maturi, d’altra parte una relazione d’amore è indispensabile per crescere…
Quando si cresce in una famiglia dove non c’è stato abbastanza calore, tenerezza, attenzione tra i genitori o verso i figli, viene a mancare un modello e allora ci si trova vuoti e confusi, alla ricerca di qualcosa che ci manca ma che non conosciamo. Spesso ci buttiamo nel rapporto come affamati che pretendono di essere saziati o come vittime disposte a tutto pur di non perdere la vicinanza del partner. Se l’altro è una persona con problematiche simili alle nostre il rapporto sarà distruttivo, se invece è più maturo difficilmente resterà in un rapporto che non gli offre reciprocità e quindi si allontanerà. Si è visto infatti che tra partner che hanno rapporti soddisfacenti e duraturi c’è un’alta correlazione tra fattori come la maturità affettiva, la scala dei valori, il livello intellettuale… Quando l’esperienza del rapporto è così problematica, quando non riusciamo a prenderci cura della nostra vita, dobbiamo fermarci e rivolgere lo sguardo verso di noi. Possiamo confrontarci e farci aiutare dagli altri, chiederci cosa ci manca, cosa ci è mancato e prendersi la responsabilità di farlo sbocciare in noi; e allora qualcosa comincia a cambiare, perché anche se ci sembra troppo tardi in realtà le qualità più belle della nostra umanità possono essere addormentate ma non morte.

 

Come si riconosce una relazione d’amore sana, o meglio quali sono gli ingredienti indispensabili?
Nella coppia è fondamentale l’apprezzamento del partner, gli riconosciamo delle qualità che per noi sono preziose: simpatia, dolcezza, bellezza, forza, maturità ecc., che non sono idealizzazioni ma sono attributi reali e costanti della sua persona. Questa ammirazione provoca l’attrazione, il desiderio di stargli vicino, di conoscerla in profondità. L’intimità porta alla scoperta anche dei limiti dell’altro, ma questi non sono tali da provocare la caduta dell’apprezzamento e dell’attrazione, perché la bontà della relazione è ritenuta significativamente superiore. Accanto a questi sentimenti cresce il desiderio che l’altro sia felice e che realizzi le sue aspirazioni, ed insieme la volontà di essergli d’aiuto.

 

Qual è il ruolo del desiderio sessuale nella relazione d’amore?
Penso che l’essere umano abbia una spiccata tendenza ad andare oltre se stesso, a trascendere i propri confini; in ognuno di noi c’è Ulisse, l’attrazione è la spinta ad uscire da noi stessi, ad andare a conoscere il mondo, l’altro diverso da noi in modo da arricchire la nostra vita e vincere l’isolamento. L’attrazione sessuale è chiaramente parte integrante del processo di conoscenza e della ricerca di felicità di una relazione duratura, ma ha anche altre motivazioni che si esplicano in diverse modalità di rapporto; può essere vissuta come estemporaneo incontro gioioso, come sfida per scoprire la propria capacità seduttiva, può essere ricerca di un’unione che oltre al piacere dona un temporaneo annullamento di ogni distanza e di ogni confine personale e altro ancora.

 

È esperienza comune la breve durata delle relazioni. Secondo te si tratta di un elemento fisiologico o di semplice consumismo affettivo? Quando ci si sente «stanchi» di una relazione, qual è la scelta più utile per il nostro benessere e la nostra crescita: sforzarsi per andare avanti o trovare il coraggio di riconoscere il fallimento della relazione?
Un rapporto può essere breve perché noi procediamo per tentativi e verifiche nella ricerca del partner. O anche perché cerchiamo lo stato d’innamoramento, piuttosto che la costruzione di una relazione, e l’innamoramento è determinato da elementi come l’idealizzazione, l’incanto, l’attesa, la sorpresa che per la loro stessa natura non possono durare a lungo. Altrettanto spesso le relazioni durano poco perché abbiamo paura che diventino importanti e quindi pericolose. Tuttavia nella mia esperienza di psicoterapeuta ho verificato che spesso un rapporto che è nato su un’autentica affinità appare spento per fattori come l’incapacità di dirsi sinceramente quello che vorremmo e quello che invece ci fa star male; oppure perché, quando ci confrontiamo con l’altro, utilizziamo modalità distruttive. Tutto ciò è spesso dovuto a una mancanza di consapevolezza di come si faccia a dialogare con la ferma intenzione di capirsi. Di frequente, non appena la persona si dà il tempo di guardarsi dentro, comprendere cosa vuole veramente e imparare a spiegarlo, succede che l’altro capisca, risponda positivamente e il rapporto fa un nuovo passo avanti nella fiducia e nell’intimità. A volte, come direbbe il Piccolo Principe «… gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore».

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