L’OMBRA NELLA TRASFORMAZIONE DELLA PERSONALITÀ

Articolo

[Anno I, n° 1. Marzo 2000]

Di Fiorella Pasini

We here examine the Junghian concept of Shadow. It clusters potentials, qualities and unconscious behaviours that are both positive and negative. The Shadow can be contacted in dreams and projections. The identification with the Shadow. We can suppose that the negative Shadow acts also as a defense mechanism against early wounds of the self Some notes on how we deal with avidity, anger and envy and on the therapeutic necessity of healing those wounds at their roots, where lies the split between self and Self.

Per Ombra si intende un contenuto psichico che non è in relazione con la coscienza, o di cui si è scarsamente consapevoli.
Il contenuto non è necessariamente negativo da un punto di vista etico; ma è per lo più causa di disagio alla persona o all’ambiente che la circonda.
Nelle persone con scarsa autostima, l’Ombra può avere contenuti soprattutto positivi.
L’Ombra è ciò che uno è e non vorrebbe essere, cioè il lato negativo della personalità, somma di tutte le qualità sgradevoli che si vogliono nascondere, il lato inferiore e primitivo, l”’altra persona” in noi, il lato oscuro, che il nostro Io ritiene inaccettabile.
Si possono ritenere inaccettabili sia tratti negativi in senso etico, che tratti che non sono di per sé negativi, ma dati di fatto, quali la debolezza e la vulnerabilità, che in una certa misura sono fisiologici e fanno parte dell’essere umano se posto in condizioni storiche e sociali quali quelle che conosciamo.
Si può ritenere negativo e quindi relegare nell’Ombra, tra gli aspetti non accettati e non vissuti, anche la tenerezza e la dolcezza, nella misura in cui questi aspetti sono stigmatizzati da una cultura o da un ambiente.
L’Ombra però è anche ciò che non siamo e vorremmo essere, o meglio ciò che ancora non siamo e potremmo essere: cioè 1insieme delle funzioni e atteggiamenti poco differenziati e non ancora sviluppati, e che, presenti nella condizione di “Ombra” di relativa inconscietà, rendono la nostra personalità incompleta. Come possiamo vedere, il contenuto dell’Ombra varia, per così dire, “dal Diavolo a Dio”.
Nel caso di gravi squilibri della personalità, si possono commettere atti terribili ed essere inconsci della propria malvagità, perché la malvagità, l’Ombra, viene proiettata sulla vittima e attribuita ad essa, oppure possiamo, al contrario, mitizzare una persona, un gruppo, una situazione, perché vi abbiamo proiettato le nostre possibilità di avere esperienze superiori e le nostre qualità divine; persone o situazioni che abbiamo, in una parola, divinizzato. Questo genere di proiezione può spiegare sia gli innamoramenti fatali e catastrofici, sia le tante vite vendute alla accumulazione di denaro.
Con questi esempi veniamo alla più importante caratteristica dell’Ombra: essa, come tutto ciò che è inconscio, viene proiettata.
Vediamo negli altri le qualità di cui non siamo consapevoli. Quando c’è una proiezione, ci sentiamo particolarmente attratti dalle persone su cui proiettiamo, il nostro pensiero non può fare a meno di ritornare sempre e sempre su di loro. Li osserviamo, li spiamo in silenzio, ne parliamo in continuazione. Siamo affascinati da convinzioni del tipo: “è un tipo sprezzante, distruttivo”, oppure: “come sono in gamba loro, così attivi, propositivi”. Nel primo caso, non riconosciamo i nostri comportamenti aggressivi, nell’altro, non riconosciamo le nostre potenzialità.
Questa mancanza di riconoscimento di parti di sé forma un legame con la persona su cui proiettiamo queste parti. Il legame è per lo più sentito come fastidioso, se non doloroso.
Il fatto che stiamo proiettando non comporta, poi, che si vedano nell’altro qualità che l’altro in realtà non possiede. Anzi: si proietta sempre su un oggetto adeguato. Ha realmente quelle qualità; però ci attirano in modo esagerato.
Le figure del nostro stesso sesso che compaiono nei sogni, o in questa persistente attenzione da svegli, andrebbero comprese come incarnazioni di nostre qualità-ombra. Un venditore, per esempio, può avere un rapporto difficile, una sorta di amore-odio, con un collega più competitivo di lui, e trovarselo anche nei sogni tutte le notti; una donna prevalentemente intellettuale, troppo staccata dalla vita concreta, può spiare di nascosto un’amica più erotica e sensuale di lei. Il primo troverà maggior equilibrio con se stesso e con il collega diventando più combattivo; l’altra si sentirà più completa vivendo più nel corpo e meno nella mente.
L’Ombra e le conseguenti proiezioni sono dunque un aiuto verso la consapevolezza e quindi la trasformazione della personalità.
Ma se il contenuto dell’Ombra è fortemente distruttivo, contenendo sentimenti quali la rabbia, l’invidia, e l’avidità, quale aiuto ci può portare?
Lavorare su questi sentimenti può condurci non solo a riscoprire qualità da esprimere; può anche metterci in contatto con un livello più profondo, quello del Sé e della sua integrità, della capacità di stabilire relazioni d’amore con se stessi, con gli altri, con il mondo.
Gli esempi di proiezione che ho fatto più sopra riguardano quella parte dell’Ombra che Jung chiama “Ombra personale”. Questa contiene elementi che variano a seconda della storia dell’individuo, e interessano l’Inconscio personale. Questa Ombra personale è generata soprattutto dal fatto che l’ambiente, e specialmente i genitori, a seconda del proprio Super-Io e della propria convenienza, selezionano quali attitudini del bambino e quali qualità vanno potenziate e quali invece ignorate. Queste ultime, che non hanno potuto esprimersi, cadono nell’Inconscio. Ovviamente, anche la visione del mondo dei genitori e dell’ambiente incide su questo processo: non si può aiutare un altro ad esprimere ciò di cui noi stessi ignoriamo l’esistenza.
Quando questa selezione, operata sulla natura originaria del bambino, è troppo massiccia, e va a intaccare attitudini sue fondamentali come la capacità di entrare in relazione con tutto se stesso, finisce per costituire una vera e propria lesione di sé. È la lesione del sé a dare origine a forze distruttive quali rabbia, avidità, invidia.
Melania Klein ha individuato nel bambino, ancora nelle sue primissime fasi di vita, questi sentimenti negativi. Secondo la Klein sono innati, secondo altri psicoanalisti l’idea di bambino crudele nasce da una proiezione dell’adulto della propria crudeltà. Gli psicoanalisti inglesi R. Fairbairn e H. Guntrip ritengono che queste forze distruttive non siano originarie, ma che emergano in seguito alla paura e alla frustrazione dei bisogni del bambino. Paura e dolore sarebbero tanto forti da causare nel piccolo un’esperienza di annientamento, dalla quale il bambino, e poi l’adulto, che continua a portare in sé quell’esperienza di morte, si salva ricorrendo a rabbia, invidia, avidità.
I bisogni frustrati non sono solo i bisogni carenziali, istintuali, evidenziati da Freud, ma anche il bisogno di essere riconosciuto, amato, rispettato come sé unico, il cui amore viene accettato e considerato importante.
A questi elementi negativi “originari” nessuno sfuggirebbe del tutto, in quanto nella nostra cultura nessun bambino viene allevato in modo perfetto. Un allevamento sufficientemente buono, cioè in un ambiente sufficientemente rispettoso e amorevole, li attenua e li integra nel resto della personalità rendendoli poco distruttivi e comunque gestibili.
Nella mia pratica psicoterapeutica ho osservato che questi sentimenti costituiscono un problema per quasi tutte le persone. Alcuni, pur riconoscendoli e ritenendoli negativi, non se ne vogliono sbarazzare, perché li ritengono utili. Danno loro un senso di potere, e anche un effettivo potere nel gioco sociale. Poiché a livello intrapsichico questa distruttività ha valore di difesa da un vuoto, dolore e paura sottostanti che sono terribili, è comprensibile che si preferisca sentirsi cattivi ma forti anziché buoni ma terribilmente deboli e sofferenti…
Inoltre si ritiene utile l’essere “cattivo”, cioè competitivo, intrigante, spietato, e chi più ne ha più ne metta, anche perché si è aiutati dalla coscienza collettiva che considera i rapporti umani come un campo di battaglia, “Homo bomini lupus”.
Nella confusione etica del nostro tempo, il concetto di utilità supera spesso l’ideale di un essere umano non distruttivo, capace di solidarietà, cooperazione, comprensione e compassione; non sclerotizzato in vecchi schemi rigidi, ma in evoluzione continua. Il chakra del cuore non è ancora aperto per l’umanità. Possiamo dire, usando altri linguaggi, che la funzione di sentimento è largamente rimossa.
L’economia occidentale, cioè ormai il mercato mondiale, si basa prevalentemente sullo stimolare l’avidità degli individui. Questo ci dà un’altra idea della portata della confusione esistente oggi a proposito di ciò che è bene e ciò che è male.
Molti pazienti scambiano l’avidità – avidità di beni, di status symbol, di ruoli, di erudizione, di progresso nella carriera, di contatti sociali – con l’affermazione di sé. Una mia paziente, che si riteneva fervente cattolica, letteralmente martirizzava il marito con il suo arrivismo, le sue richieste di ogni genere, il suo spronarlo alla carriera. È arrivata alla minaccia, non so se poi attuata, di impedirgli l’accesso al frigorifero, poiché la spesa la pagava lei, che guadagnava più di lui Nonostante sognasse spesso donne sue amiche che, a detta di lei, “riducevano la loro vita al fare e all’avere”, e avessimo analizzato questa sua avidità e le ferita sottostanti, continuava a fare scenate violentissime al marito quando – e cioè sempre -, vista la sua avidità scatenata, non le forniva il superfluo a cui riteneva di avere diritto.
Nel caso di questa paziente, l’Ombra era talmente scissa dalla coscienza da non esser criticabile neppure dalla sua ideologia cattolica. Era, come si dice, “posseduta dall’Ombra”; tanto che i suoi lati più consapevoli ne venivano messi fuori gioco. Per periodi più o meno lunghi, infatti, si può venire posseduti dall’ombra: ci si identifica cioè con le parti peggiori di noi, le più deboli, negative o meno sviluppate. L’ombra acquista energia e sopraffà l’Io e la volontà cosciente.
C’è molta confusione anche sulla rabbia, che può essere considerata un accumulo di energia attiva, rivolta all’esterno, e che, bloccata nel suo normale fluire, diventa negativa.
È difficile riconoscere il limite tra l’uso buono, cioè una difesa di sé e l’affermazione di sé che sia costruttiva per sé e per gli altri, e l’uso negativo di questa energia. Un uso positivo dell’energia oppressiva, cioè intesa come affermazione, ha come esempi il limitarsi alla difesa, a evitare di essere colpiti, agire “per me e non contro di te”; non solo, ma agire “per noi”, se appena è possibile, non mettersi nel ruolo del vendicatore, di quello che vuole “ripulire” l’altro dall’errore. Nei rapporti interpersonali abbiamo il diritto di voler cambiare l’altro? Ha senso ripetere una critica? Che prezzo paghiamo, in termini di relazioni sane, nel cedere al dominio altrui o nel dominare? E i modi per dominare ed essere dominati sono svariatissimi, non sempre facili da riconoscere.
Dell’ invidia c’è un livello più superficiale. Invidiamo chi possiede qualcosa e/o qualche qualità che vorremmo possedere noi. Non intendiamo portargliela via o nuocergli in altro modo. Il confronto, per lo più indotto da proiezione, ci serve in questo caso da stimolo per operare nella direzione dell’ottenimento di quella cosa o qualità. È meglio comunque esser cauti nei confronti del confronto. Siamo unici, e ognuno di noi ha il proprio percorso di crescita.
Nell’invidia di genere più profondo, ciò che si invidia è la capacità di sentirsi esistere dell’altro, la sua vitalità, la sua gioia di vivere, la sua luce.
Per il narcisista, ad esempio, l’alterità dell’altro e il fatto solo che altri esistano, differenti da lui, è vissuto come un affronto che, nei casi più gravi di narcisismo richiede anche una vendetta.
Questo attacco all’essere dell’altro è difficile da analizzare e riconoscere. Serpeggia anche in relazioni dove c’è anche una componente di scambio affettivo positivo e forte. I genitori possono invidiare i figli, il marito la moglie e viceversa; il paziente può invidiare il proprio terapeuta coscienzioso e pieno di dedizione: lo invidia, anzi, proprio perché dà.
Nella difficoltà che ha l’invidioso di vedere bene, appare che il bene del mondo stia esclusivamente nell’invidiato; e di questo bene l’invidioso si sente particolarmente privo.
La trasformazione della distruttività dell’invidia passa dal difficile riconoscimento di un antico dolore sottostante, profondissimo e difficilmente medicabile, una privazione del senso di esistere.
Poiché la radice di questi sentimenti negativi vive in altre esperienze psichiche rimosse, per risolverli non è sufficiente un’etica che li stigmatizzi. È possibile, comunque, lavorare sull’asprissimo dolore infantile all’interno di una relazione terapeutica che sia completamente diversa dalle relazioni che causarono, a suo tempo, il danno.
In assenza di ricordi specifici dell’infanzia, oppure con ricordi precisi di cui non si riconosce però il significato e la portata negativa nell’interno dell’intera psiche, il dolore infantile del non essere amati, o considerati, o rispettati, rimane nell’adulto sotto forma di vuoto, di confusione, di mancanza di autostima e di scarso amore di sé.
Kohut afferma che nella nostra epoca “è il bambino sottostimolato, il bambino che non trova sufficiente risonanza” a essere assurto a paradigma del problema centrale dell’uomo nel nostro mondo occidentale. È dal sé di questo bambino che va sgretolandosi, disfacendosi, frammentandosi, indebolendosi, e più tardi, dal fragile, vulnerabile, vuoto sé dell’adulto che oggi ogni psicoterapia deve prendere le mosse. Oggi possiamo rintracciare una fonte del male sottostante a ciò che l’etica tradizionalmente ha considerato, e con ragione, male. La fonte è nel vuoto che troviamo là dove dovrebbe esserci un sé vivo e palpitante, capace di intrattenere rapporti d’amore con se stessi, con gli altri, con il mondo.
È da questo vuoto di relazione che nascono le qualità dell’Inferno, quello che abbiamo intorno e dentro di noi. Lo stesso vuoto lo troviamo nell’allegoria di Dante: il punto più basso dell’Inferno, punto che lo riassume e lo genera, è una Creatura sola, immersa nel gelo, con una lacrima cristallizzata nell’occhio, e che si muove, per quel poco che può muoversi, come un automa.
Questa è l’immagine del misterioso archetipo del male nella nostra cultura. E, per amor di equilibrio, spostiamoci al polo opposto, negli ultimi versi della Divina Commedia, alla visione di Dante del Sé, il Sé che è sommo principio di relazione:
“Nel suo profondo vidi che s’interna
Legato con amore in un volume
Ciò che per l’universo si squaderna

è il Dio immanente in tutte le cose.
“La forma universal di questo nodo
Credo ch ‘io vidi, perché più di largo,
Dicendo questo, mi sento ch’io godo”.

Una forma così mirabile da esprimerle tutte.
Dante assume con criterio di verità la sua felicità nel ricordare Dio, o il Sé.
Sa di aver visto Dio per la felicità che prova nel ricordare la sua visione. Ma cosa vede? La nostra identità non è l’Ombra, bensì il Sé. Dante è passato dall’Inferno, dalla presa di coscienza dell’Ombra, per arrivare al Sé:
“Dentro da sé, del suo colore stesso
Mi parve pinta della nostra effige”.

Dante vede, in una figura senza sfondo, cioè in una percezione impossibile per il nostro livello di coscienza abituale, la nostra immagine.
Poi il suo Io viene meno, riassorbitosi nel Sé, o, come dice la filosofia indiana, nell’ identità di Atman, l’anima individuale, con Brahman, Dio assoluto.

BIBLIOGRAFIA
Guntrip H., Teoria psicoanalitica delle relazioni d’oggetto, Etas Libri.
Kohut H., La guarigione del Sé, Bollati Boringhieri.
Jung C. J., Opere, VoI. XI, tomo II, pag. 2-35, Boringhieri.
Trevi M. – Romano A., Studi sull’ombra, Marsilio Editori
Parole chiave: ombra, trasformazione, personalità, proiezione, difesa, negazione, rabbia, invidia, avidità, psicosintesi.

2008-08-30T12:16:54+02:00 1 Marzo 2000|