LA TERAPIA IMMAGINATIVA IN GRUPPO NOTE SU UN’ESPERIENZA DI PSICOTERAPIA CONDOTTA IN UN SERVIZIO PUBBLICO DI PSICOLOGIA

Articolo

[Anno I, n° 1. Marzo 2000]

Di Maurizio Riccetti – Maurizio Perrotti

Maurizio Riccetti è dirigente psicologo di 1° livello della ASL 9 di Grosseto, psicoterapeuta della Società Italiana di Psicosintesi Terapeutica

Maurizio Pernotti è psicologo volontario presso la ASL 9 di Grosseto, psicologo presso il centro Ben Essere di Grosseto

The Authors relate on a group psychotherapy experience held in the framework of a public health service in the town of Grosseto (Azienda USL). The group therapy was run according to the psychosynthesis method of guided visualisations. The experience was considered significant as it was the only one held in the Mental Health Departent. It shows how it is possible to offer citizens, through the Public Health Service and at a very limited cost, a professional service usually considered accessible only in a private setting. It also emphasizes how suffering persons can be held in great respect even in the framework of the new policy of the Public Health Service where effeciency and rapidity of psychological responses are privileged.

Paola: “mi trovo in un tunnel lungo, scuro e sono a cavalcioni di un locomotore di un treno, lo guido come un’amazzone monta il suo Cavallo, sto bene…”.

Francesca: “ho sognato Che dal mio ombelico usciva come in un’esplosione, come in un botto, della materia, del pus, del cibo. Era qualcosa che mi disgustava, ma mi faceva anche stare bene. Era liberatorio”.

Chiara: “ho visualizzato due cascate, una schiumosa e una limpida; mi sono sentita avvolta nella luna, combatto con qualcuno senza volto, scuro, nero; ad un tratto mi è apparso qualcuno, penso il diavolo, ma, improvvisamente tutto intorno a me è pieno di colori, fasci di luce, fiori di loto…”.

Mirella: “nelle visualizzazioni ritrovo spesso il vento, un vento che non mi dà fastidio, mentre nella realtà non lo sopporto, mi fa stare male. Il vento che avverto è invece piacevole, spazza via qualcosa e mi fa stare bene”.

Antonella (rivolta al terapeuta): “le sue parole, nella scorsa visualizzazione mi hanno richiamato l’immagine di mia madre, della fossa in cui giace nel cimitero, di quando io sola, non mio padre o i miei fratelli, sono andata alla sua riesumazione… giorni fa ho cercato una vecchia foto che non vedevo più da tempo, la foto di quella bella donna, grande e un po’ sfatta che tiene in braccio una bambina piccola, con i capelli lunghissimi, quei capelli che dopo la morte della mamma furono subito, non so perché, tagliati”.

Queste parole, piccoli e significativi frammenti di un’esperienza di psicoterapia in gruppo, pur nella loro incompletezza esprimono la profondità delle sensazioni, delle emozioni che le pazienti hanno vissuto nel percorso psicologico da loro intrapreso e durante il quale hanno iniziato a guardarsi dentro, iniziando così a sviluppare un processo di cambiamento teso alla riappropriazione delle proprie scelte di vita.

Abbiamo sentito l’esigenza di raccontare questa esperienza perché ha costituito una novità all’interno del nostro servizio di psicologia, dove per la prima volta sono state introdotte tecniche di psicoterapia che, solitamente, vengono utilizzate in ambienti privati, certo non per impreparazione professionale, quanto per semplice mancanza di tempi, spazi e arredi necessari.

Tracciando velocemente la storia della nostra U.O. ci piace ricordare come questa sia nata Sezione aggregata alla Psichiatria nel 1988 e come nei suoi dieci anni di attività abbia visto crescere in maniera rilevante il numero delle persone che le si sono rivolte per visite, consulenze o cure psicoterapiche.

Contemporaneamente si è registrato un forte aumento di prestazioni professionali, con netta prevalenza di queste nell’ambito strettamente clinico-psicoterapico e nella fascia dell’età giovanile ed adulta. Questa situazione ha così determinato una netta prevalenza della attività ambulatoriale con la formazione di lunghe liste di attesa per le visite e per le terapie e, di contralto, una assenza della professionalità psicologica nelle attività ospedaliere o dipartimentali cui la dimensione organizzativa di tipo manageriale della USL, ormai azienda, stava dando ampio rilievo.

Il problema che la psicologia si trovava ad affrontare è stato così duplice. Da un lato la necessità di uscire dall’ambito della stanza di terapia per costruire e proporre un modo diverso di fare psicologia e dall’altro la necessità di non intaccare la stima professionale che gli psicologi della U.O. si erano guadagnati sul campo. Così, per rispondere alle nuove richieste dell’azienda rispetto alla dimensione ambulatoriale, chi scrive si è spinto a conoscere e utilizzare le terapie di gruppo come alternative alla psicoterapia individuale, valutando che fino ad allora questa forma di terapia non era mai stata praticata nella U.O.

La prima esperienza di gruppo è così nata nell’autunno del 1995 ed ha avuto una cadenza settimanale per sei mesi; a questa ne è seguita un’altra con la medesima cadenza ma con una durata annuale e una terza che si è strutturata per un arco di quattro mesi e che si è recentemente conclusa.

Alcune caratteristiche hanno legato questi gruppi. Numero relativamente esiguo di persone (da 5 a 8), composizione esclusivamente femminile, condizioni di sofferenza o disagio psicologico nell’ambito nevrotico e nelle aree psicosomatiche, utilizzo di tecniche di lavoro agganciate alla coscienza e al mondo dell’inconscio. Come modello teorico-pratico di riferimento è stato utilizzato quello relativo alla Psicosintesi, sistema psicologico di derivazione psicoanalitica, ideato agli inizi del secolo dallo psichiatra fiorentino Roberto Assagioli. La Psicosintesi, che appartiene al campo delle psicologie umanistico-esistenziali, sviluppa una concezione integrale e dinamica dell’essere umano come una psicologia a tre dimensioni”, che include non solo la personalità cosciente, ma anche gli aspetti inconsci, tanto in profondità (inconscio inferiore), quanto in altezza (inconscio superiore e Sé spirituale).

Il lavoro si è sviluppato sulla dimensione di terapia in gruppo anziché di gruppo, anche se nelle prime due esperienze è stato dato spazio alla comprensione delle dinamiche sviluppatesi nel gruppo stesso; nella terza invece il gruppo ha assunto il valore di contenitore reale e simbolico e ogni partecipante ha vissuto un percorso psicologico assimilabile ad una terapia individuale, senza toccare elementi di relazionalità percepiti o agiti nel gruppo.

Oggetto del nostro articolo è proprio questa terza esperienza che, come già detto, si presenta particolare per avere introdotto nell’azienda grossetana una strategia terapeutica, la terapia immaginativa e nello specifico le visualizzazioni guidate, che prevalentemente viene elaborata in contesti privati.

L’autore a cui è stato fatto riferimento è il dott. Bruno Caldironi, neuropsichiatra e psicoterapeuta ravennate. Le visualizzazioni guidate, che Caldironi definisce psicofiabe perché debitrici alla letteratura fiabesca di numerosi spunti e temi, presentano infatti con le fiabe numerosi punti di contatto che possiamo qui riassumere nelle specifiche funzioni regressive, proiettive, rassicuranti, dinamiche e sopratutto sintetiche perché, in un’ultima analisi, volte a favorire il processo di integrazione della personalità. Come la fiaba la visualizzazione conduce chi l’ascolta a vivere realmente in un mondo immaginario e fantastico, protetto come un bambino dal terapeuta-genitore che nel racconto porta la propria partecipazione e disponibilità rassicurante. Altri parallelismi sono rintracciabili nella presenza e nell’uso dei silenzi, nella descrizione dell’eroe o dell’eroina, simbolo dell’io, in termini assolutamente positivi, nella proiezioni di aspetti conflittuali presenti nel paziente in varie figure psicologicamente monovalenti. È pertanto facile comprendere come l’efficacia terapeutica di questo metodo si fondi, in un’ultima analisi, sull’azione dinamica del simbolo e dell’immaginazione ad un livello prevalentemente inconsapevole; essendo le visualizzazioni strategie terapeutiche basate sui simboli si confida nella capacità dell’immagine di superare le barriere della razionalità e dunque di agire sul nucleo dell’inconscio.

Come scrive Assagioli “la primaria funzione (del simbolo) è quella di essere degli accumulatori… la seconda è quella di essere dei trasformatori di energie psichiche, la terza è quella di conduttori di quelle stesse energie e la loro quarta funzione è quella della integrazione”. I simboli possono infatti sia causare una profonda trasformazione nella psiche, sciogliendo i condizionamenti del passato e creando nuovi sbocchi all’energia, sia sviluppare la funzione conoscitiva ponendoci in contatto con parti di noi stessi inaccessibili alla mente analitica, e avvicinandoci così al capire vedendo anziché pensando.

In seduta terapeutica al paziente, dopo che questi è entrato in uno stato di rilassamento, vengono proposti dei simboli o delle catene di simboli all’interno di una struttura narrativa e ne vengono poi ascoltate le esperienze, cercando di cogliere sempre i sentimenti che accompagnano le immagini. Esiste sempre infatti uno spazio di colloquio, che può contenere associazioni, ricordi, riflessioni, insight. Questo perché, come sostiene Caldironi, “ogni terapia si avvale di due percorsi paralleli e complementari: quello logico-analitico-intepretativo e simbolico-analogico Attraverso il primo si permette al paziente di utilizzare l’io e le sue strutture logiche, le sue conoscenze, i suoi strumenti per operare una lenta modificazione del modo di vedere la realtà, che gli consenta un relativo adattamento al proprio ambiente ed uno stato di discreto benessere. Sarà però solo attraverso il secondo percorso, quello simbolico, che il paziente riuscirà, come in processo magico, alchemico, a trasmutare la sostanza delle esperienze, dei vissuti, dei ricordi e delle immagini.

Questo potrà avvenire perché in questo percorso terapeutico si trascende il livello logico e si investe il livello preverbale dal momento che tutto o gran parte è accaduto prima del linguaggio.

Durante le visualizzazioni infatti lo stato di rilassamento profondo produce un restringimento del campo di coscienza, un allentamento della concentrazione attiva e vigile che permette il passaggio di messaggi radicalmente innovatori e risananti perché veicolanti una superiore armonia e colmanti antichi vuoti. Come in un lento e continuo processo di nutrizione, il terapeuta offre al paziente un insieme di immagini e messaggi analogici fertili e nutritivi e contribuisce al lento processo di rinascita psicologica.

Nessuna delle persone seguite nel gruppo ha raggiunto un traguardo definito e definitivo, anche se qualcuna ha effettivamente scandito, in un personale stato di crescita, tappe oggettivamente verificabili. Ognuna ha però messo in moto un interiore processo di ascolto di sé risvegliando la capacità personale di volersi bene e di contribuire così ad un lavoro interno ed esterno di maturazione psichica e relazionale.

Le problematiche presenti nelle componenti del gruppo ci hanno indotto a scegliere un ciclo di dodici visualizzazioni “La rinascita”, costruite per guidare il paziente a rivivere tappe evolutive non sufficientemente integrate nella propria esperienza. Ognuna delle cinque donne presentava infatti un profondo blocco interiore, che impediva a ciascuna di riconoscersi come soggetto determinante la propria vita. Erano fortemente presenti nelle loro storie delle esperienze con la figura materna che, realmente o fantasticamente, erano state vissute come inibenti e colpevolizzanti. Tutte avevano così sviluppato un’incapacità a viversi come persone degne di rispetto e amore di sé, manifestando condizioni depressive che si esprimevano in frequenti stati di ansia, disturbi dell’alimentazione, inibizioni nei rapporti interpersonali, astenie e perdite di interessi.

Non abbiamo lavorato sui sintomi, su una ricostruzione artificiale della loro vita, non abbiamo insegnato loro tecniche o strategie di cambiamento, abbiamo cercato invece di attivare un lento ma costante processo di cambiamento della rappresentazione che ognuna aveva della propria vita, un’attivazione delle capacità di trasformazione che ognuno si porta sempre e comunque dentro di sè.

Chiara porta nelle sedute una storia di legami genitoriali caratterizzati da ricatti affettivi e sottomissione ed una conseguente difficoltà a pensarsi e viversi autonoma, al punto che la madre aveva libero accesso anche alla stanza matrimoniale, senza che Chiara riuscisse a limitare questa pesantissima intrusione nella vita personale e di coppia. Sembra quasi superfluo sottolineare come la coppia avesse, sin dagli inizi del matrimonio, sviluppato una serie di disturbi nella dimensione sessuale.

Le persone che soffrono vivono se stesse come totalmente identificate in immagini fisse di sé e delle loro relazioni, come sclerotizzate in una sola possibile dimensione, quella negativa della malattia, della sofferenza, dell’immutabilità. È stato nostro compito cercare di aiutare le pazienti a costruirsi, con le parole e le immagini, una rappresentazione diversa della realtà, dove ognuno poteva ritrovare una possibilità di libertà nel percepire il mondo, gli altri, il tempo, il corpo, lo scorrere dell’esistenza, ciò che si vuole e ciò di cui si ha paura.

Antonella, che di per sé non ha ottenuto durante la terapia apprezzabili cambiamenti nelle sue relazioni significative ha espresso al Gruppo la novità per lei piacevole e stimolante di avere imparato ad ascoltare l’altro senza provare fastidi o disagi.

La capacità di ascoltare l’altro è contemporaneamente causa ed effetto della capacità di decentrarsi da un eccessivo ripiegamento su sé stesso per giungere a considerare la prospettiva di pensiero dell’altro e per allargare il campo interno della propria relazionalità.

Francesca, al contrario, pur in mezzo a difficoltà oggettive e soggettive riesce, durante il percorso di terapia, a rompere un rapporto che la imprigionava in una dimensione relazionale e psichica di sopraffazione le cui radici affondavano nella sua infanzia violentata. Il silenzio è stata la sua nota dominante nei primi incontri, un silenzio carico di dolore che la comprimeva interiormente fino alla conversione sintomatica in seduta.

La dimensione del gruppo ha avuto in questa situazione una particolare importanza, in quanto che ognuno è riuscito a trasmettere a Francesca affetto e solidarietà, empatia e aiuto reale.

Le sedute hanno cercato di toccare i problemi delle pazienti, ma l’intento principale è sempre stato quello di creare, come dice Piero Ferrucci, una nuova area di salute all’interno della quale riuscire a progettare e a coltivare un nuovo atteggiamento verso la vita, un rapporto, un centro positivo dove poter organizzare le proprie energie. Questo stile terapeutico non ha significato però non affrontare la patologia; le visualizzazioni, pur cariche di stimoli benefici e positivi, ristrutturanti e sintetizzanti, hanno favorito in ogni caso anche l’afflusso di simboli e temi disturbanti e distruttivi, che venivano sempre discussi ed elaborati in seduta con l’apporto anche degli altri pazienti.

Ignorare la patologia può infatti significare reprimerla; bisogna iniziare a deflettere l’attenzione dalle nostre aree problematiche solo dopo averle conosciute ed esplorate a fondo.

Mirella che viveva nella morsa di una sofferenza maturata in un’infanzia in cui le era stata precluso dalla madre l’accesso emotivo al padre e contemporaneamente le era stato affidato un ruolo di partner sostitutivo a cui aveva reagito nell’ infanzia con gravi crisi asmatiche e nell’ adolescenza con disturbi anoressici, ha affrontato un percorso doloroso di riflessione che l’ha condotta a scoprire che ciò che credeva di essere in realtà non era mai stato.

Lo sforzo emotivo compiuto da Mirella è stato grande nella sua duplicità; mentre scavava dentro di sé e nelle immagini interiorizzate dei suoi rapporti fondamentali e ne vedeva la mistificazione, contemporaneamente riusciva a costruirsi quella che abbiamo detto un’area sana, dove c’era posto per vestiti colorati, per la ripresa dell’antico amore della lettura, per un pensarsi anche buona come madre e moglie, per respirare e per lasciarsi alle spalle l’immagine antica di cane abbandonato.

L’intera esperienza ha risonato anche dentro noi terapeuti come un’esperienza di viaggio, un processo di accompagnamento verso una prospettiva di crescita e di salute che ci ha permesso di capire come, in questo momento, sia veramente importante preservare dentro le aziende USL che si muovono sempre più esplicitamente verso una meccanizzazione della risposta psicologica intrappolata in calcoli aziendali, uno spazio dove alla persone sia permesso soffrire, stare accanto al proprio dolore, senza vergognarsene e senza sentirsi in colpa.

A chi scrive sembra infatti che il pensiero e la prassi psicologica dentro le ASL stia rispondendo sempre più, sia per lo psicologo che per il cliente, all’idea generale della risposta tecnica per tutto e per tutti, con il rischio di far perdere all’uomo la sua identità profonda, spingendolo invece verso il solo immedesimarsi in una vita legata a criteri di efficienza e produttività.

Paola si è rivolta allo psicologo per affrontare le condizioni di depressione che vive dopo la scoperta di un lungo tradimento da parte del marito. Si sente svuotata ed umiliata, ma vuole mostrare al mondo doti eccezionali di freddezza e controllo.

Nel gruppo trova invece uno spazio per piangere, maledirsi e maledire e per rifugiarsi nell’immagine maliziosa e timida di una gattina indifesa, per giungere infine al sogno, un po’ onnipotente, un po’ rabbioso, un po’ giocoso di cui si è scritto in apertura. Paola lascia smuovere dentro di sé un mondo di emozioni forti, non si dà una risposta precisa e sicura ma un tempo interno ed esterno per ridefinirsi.

I terapeuti difficilmente possono essere poeti; però è possibile pensare che dentro ognuno di noi, dentro ogni nostro paziente si condensino quei famosi versi di Montale:
“Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.”

E se qualcuno ci avvicina forse vuole da noi tempo, rispetto, amore.
BIBLIOGRAFIA

Assagioli R., Principi e metodi della psicosin tesi terapeutica, Astrolabio, 1973, pag. 151.
Caldironi B., Seminari di psicopatologia e psicoterapia, Nanni, Ravenna 1992, pag. 375.
Caldironi B., Seminari di terapia immaginativa, Nanni, Ravenna 1992, pag. 35-36, 197.
Caldironi B. e Widmann C., Visualizzazioni guidate in psicoterapia, Piovan, Abano Terme 1980.
Ferrucci P., Alchimia di ogni giorno: la trasformazione delle energie in Introduzione alla Psicosintesi, Mediterranee, Roma 1994.
Montale E., Ciò che di me sapeste, in Ossi di seppia, Mondadori, 1973.

Parole chiave: esperienza, psicosintesi, gruppo, psicoterapia, visualizzazione, simbolo, ASL, Grosseto.

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